Prevenire il bullismo attraverso lo sport
a cura di
Dr. Daniele Errichiello
Psicologo
Maestro II Dan presso l'Accademia Wado-Ryu Karate Do Ju Jitsu Kempo - Italia
Negli ultimi tempi, sempre di più, si sente parlare tramite le notizie riportate dalla cronaca, di un fenomeno che sta diventando sempre più endemico all’interno della nostra società, questo tipo di fenomeno viene definito “bullismo”. Nella maggior parte dei casi, il bullismo, coinvolge giovani e giovanissimi, i quali vivono manifestazioni di disagio, sia nelle strutture scolastiche, che fuori da queste: in strada, negli autobus, nei locali frequentati dai ragazzi come i pub o le discoteche. Sarebbe opportuno prima di tutto dare una definizione di bullismo, mettendone in evidenza le caratteristiche fondamentali: “un ragazzo viene prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni”. Il bullismo è un fenomeno che ha origini storiche remote, lontane nel tempo: è possibile trovare figure di “bulli”, vissuti nell’età classica, all’epoca dell’antica Roma; in seguito, questa figura è diventata quella romantica del caporione nei periodi del ‘500 e ‘600, sempre a Roma. Nell’era moderna il termine bullismo, ha assunto un significato negativo, il quale identifica un certo comportamento messo in atto da uno o più ragazzi, nei confronti di altre persone, spesso anche loro ragazzi, colpevoli, nella maggior parte dei casi “di non sapersi difendere”. Il bullismo, oltre ad avere radici storiche ha anche una stretta parentela, con il “mobbing”, termine utilizzato dagli etologi, per indicare una forma di aggressione utilizzata dagli animali, finalizzata ad isolare ed aggredire un individuo; lo stesso termine è stato in seguito adoperato per identificare un certo tipo di comportamento messo in atto nell’ambito lavorativo. Bisognerebbe dire che, sia il bullismo che il mobbing, sono in realtà due facce di una stessa medaglia.
Le caratteristiche del bullismo sono quattro in totale, la prima è l’intenzionalità: il bullo mette in atto comportamenti aggressivi con lo scopo di offendere l’altro e di recargli danno o disagio; la seconda è la persistenza: la ripetitività dei comportamenti di prepotenza nei confronti delle vittime; la terza è l’interazione asimmetrica: il disequilibrio di forza fisica o psicologica tra bullo e vittima; l’ultima riguarda il comportamento di attacco: azioni offensive o aggressive nei confronti della vittima. Gli “attori” e i “ruoli” principali all’interno di un gruppo sono senza dubbio quelli di bullo e vittima, ma ce ne sono altri, che in qualche modo hanno a che fare con questo tipo di interazione: c’è il “gregario” ovvero chi ha il ruolo di incoraggiare il bullo; c’è il sostenitore, questo è chi rinforza il comportamento del bullo; c’è il difensore, ovvero chi prende le difese della vittima; e c’è, infine, chi mantiene una posizione esterna, vale a dire chi non si lascia trasportare all’interno delle suddette dinamiche.
A proposito dei “ruoli principali” bisogna dire che sia il bullo, che la vittima, vivono situazioni di disagio estremamente rilevanti, spesso riconducibili ad una errata canalizzazione delle proprie energie. Nel caso della vittima, l’apprendimento di tecniche difensive, ed offensive, sono elementi che è possibile acquisire, tramite un allenamento costante, volto non a far sì che la vittima diventi in seguito un persecutore, ma un individuo che sia in grado di difendersi, ed eventualmente, in grado di difendere altre persone che si trovino in difficoltà. Per quanto riguarda il bullo, l’aggressività, la forza e l’energia impiegate in modo distorto ed inadeguato, possono essere canalizzate verso un utilizzo più proficuo, tramite un allenamento che permetta di utilizzare alcune caratteristiche della propria personalità in un luogo, il dojio, in cui è possibile dare sfogo a queste energie, imparando a gestirle, in un ambiente che mantiene delle regole ben precise. L’apprendimento delle arti marziali, nel nostro caso del Karate, è un procedimento che richiede tempo, pazienza, e disciplina. Oltre ad essere uno sport, è un modo di vivere, di mettersi in discussione, di relazionarsi, in modo particolare direi che è una, delle strade possibili, per poter combattere non con l’ambiente esterno, ma con noi stessi, dal momento che come scrive Giorgio Nardone (psicologo e praticante di arti marziali), tutti i giorni siamo tenuti a confrontarci con la “nostra tigre”, ovvero ogni giorno siamo messi di fronte a situazioni che ci mettono in difficoltà, la capacità di gestire noi stessi, di combattere le nostre paure e la nostre ansie, permette ad ognuno di noi di “cavalcare la propria tigre”.

