Gli aspetti psicologici dei Disturbi Specifici dell'Apprendimento - DSA e AUTOSTIMA

5 settembre 2016
 settembre 5, 2016

Category: Articoli

Gli aspetti psicologici dei DSA

di Amato Erika

INTRODUZIONE

In questa tesina affronteremo un argomento che solo negli ultimi anni è diventato oggetto di interesse permettendo così di raggiungere nuovi importanti traguardi. Si parlerà di Disturbi Specifici dell’Apprendimento focalizzando l’attenzione in particolare sugli aspetti psicologici legati a questi disturbi.

Un Disturbo Specifico dell’Apprendimento può presentare una moltitudine di sfaccettature diverse.

All’interno di questa categoria troviamo la Dislessia, la Disgrafia, la Disortografia e la Discalculia. Sono tutti accumunati dalla grande voglia di imparare nel bambino e, allo stesso tempo, dell’enorme difficoltà che incontra nel farlo.

Per la maggior parte di noi, la comunicazione scritta è del tutto naturale: si impara a leggere e a scrivere senza eccessiva fatica e si automatizzano le procedure, cosìcchè, dopo poco tempo, diventa una cosa normale, come cucinare o guidare l’auto. Per i bambini dislessici non è così. Nonostante la loro intelligenza, affrontare la parola scritta per loro non diventerà un automatismo, a prescindere da quante ore staranno chini sui libri.

Ciò suscita in loro vissuti negativi, sentimenti di ansia, frustrazione, rabbia, bassa autostima che rendono ancora più difficile il percorso verso la conoscenza.

“Se il bambino dislessico non può imparare la strada che insegnamo, può insegnarci la strada per farlo imparare.” Questa frase estratta da “The dislexia handbook” di Smyte penso possa farci riflettere e ricordare quanto siano speciali questi bambini che hanno solo bisogno di un modo nuovo e diverso di imparare.

DISTURBI SPECIFICI DELL’APPRENDIMENTO

Quando si parla di Dislessia intendiamo un Disturbo Specifico Dell’Apprendimento e rientrano all’interno di questa categoria dei DSA anche la disortografia, la disgrafia e la discalculia.

Hanno la caratteristica di avvolgere uno specifico dominio di abilità che sono la lettura, la scrittura e il calcolo. Il funzionamento intellettivo dei soggetti che presentano un disturbo specifico dell’apprendimento è intatto e spesso al di sopra della media.

Prima di approfondire gli aspetti psicologici e i vissuti che possono caratterizzare questi soggetti è bene capire di cosa stiamo parlando.

Solo negli ultimi anni è cresciuto l’interesse sull’argomento anche se purtroppo la conoscenza è ancora piena di lacune, poco diffusa e troppe volte non vengono neanche riconosciuti scambiando determinate difficoltà e la lentezza nell’apprendimento come elementi di svogliatezza nel bambino quando in realtà ci troviamo di fronte a difficoltà causate dai DSA.

La dislessia è  una disabilità specifica dell’apprendimento di natura neurobiologica.

E’ caratterizzata da una difficoltà nel leggere e nello scrivere in maniera fluente e corretta e da abilità scadenti nella scrittura e nella decodifica. Il bambino può farlo, ma per lui non è un processo automatico quindi impiega tutte le sue risorse per poter  riuscire e ciò provoca un’elevata affaticabilità che lo porta a commettere molti errori e restare indietro, non imparare. Conseguenze secondarie possono includere problemi di comprensione nella lettura e una ridotta pratica della lettura stessa che può impedire una crescita del vocabolario.

Quindi, il disturbo della lettura ha come caratteristica principale l’incapacità di acquisire i livelli prevedibili per quel che riguarda l’accuratezza della lettura , la velocità o la comprensione, misurato attraverso tests standardizzati somministrati individualmente.

I sintomi comuni comprendono l’incapacità di distinguere le forme di lettere simili, o di associare particolari suoni coi simboli delle lettere. Questa difficoltà può essere notata negli asili infantili, ma il disturbo raramente viene diagnosticato fino a che il bambino non si dimostra incapace di acquisire i livelli iniziali di lettura. La prognosi è molto migliorata con l’individuazione e l’intervento precoci, ma è comune che il Disturbo persista nella vita adulta

Si presenta in quasi in costante associazione ad altri disturbi (comorbidità); questo fatto determina la marcata eterogeneità dei profili e l’espressività con cui i DSA si manifestano, e comporta significative ricadute sulle indagini diagnostiche.

La difficoltà di lettura può essere più o meno grave e spesso si accompagna a problemi nella scrittura:

  • disortografia (specifico disturbo nella correttezza della scrittura intesa come processo di trascrizione tra fonologia e rappresentazione grafemica della parola.);
  • disgrafia (specifica difficoltà nella realizzazione manuale dei grafemi);
  • discalculia (debolezza nella strutturazione delle componenti di cognizione numerica) e, talvolta, anche in altre attività mentali.;

Troppe volte non si riesce ad inquadrare il problema che potrebbe già essere riconosciuto durante gli anni della scuola dell’infanzia, notando un ritardo nel bambino nell’esprimersi verbalmente o nel riconoscere le prime letterine durante i giochi. I problemi aumentano con l’ingresso nella scuola primaria dove ci si trova di fronte ad  un mondo fatto di lettere e di numeri e si viene valutati proprio su questi.

Quando qualcuno (genitore o insegnante) sospetta di trovarsi di fronte ad un bambino dislessico è importante che  venga  fatta,  al  più  presto  una  valutazione  diagnostica. La diagnosi deve essere fatta da specialisti esperti, mediante specifici test. Essa permette di capire finalmente che cosa sta succedendo ed evitare gli errori più comuni come colpevolizzare il bambino (“non impara perché non si impegna”) e l’attribuire la causa a problemi   psicologici,    errori    che    determinano    sofferenze,    frustrazioni.  Ottenuta la diagnosi si possono mettere in atto aiuti specifici, tecniche di riabilitazione e di compenso, nonché alcuni semplici provvedimenti della modifica della didattica a favore dei ragazzi dislessici e contenute nelle direttive Ministeriali (Prot. n. 4099/A/4), come ad esempio la concessione di tempi più lunghi per lo svolgimento di compiti, l’uso della calcolatrice e/o del computer. Tali provvedimenti devono poter essere utilizzati anche     nei     momenti     di     valutazione,     compresi     gli     Esami     di     Stato.     I dislessici hanno un diverso modo di imparare ma comunque imparano.

I DSA E GLI ASPETTI PSICOLOGICI

Quando si parla di DSA si tende a focalizzare l’attenzione su ciò che “manca” nel bambino e ciò che si deve raggiungere. Un aspetto importantissimo da non sottovalutare è il suo benessere psicofisico in quanto il ragazzo spesso soffre per la situazione che si trova a vivere e ciò può avere pesanti ripercussioni sia sul suo lavoro a scuola che nella sua vita personale.

Il bambino con DSA è un bambino che si impegna, ma nonostante gli sforzi immensi che fa non riesce a stare al passo con i suoi compagni di classe.

Oltre alle difficoltà di natura scolastica si affiancano in questi bambini problemi di natura emotiva, comportamentale e relazionale che non solo influenzano il loro benessere ma anche quello dei genitori.

Le figure che entrano in contatto con questi ragazzi possono affermare che gli ostacoli che incontrano nel loro processo di apprendimento li porta spesso ad essere demotivati, disinteressati e a mettere in atto atteggiamenti di evitamento nei confronti dei compiti scolastici per sottrarsi alla frustrazione e all’insuccesso atteso.

Nelle situazioni più estreme possono verificarsi anche casi di fobia scolare.

Ma in particolare cosa succede nei ragazzi con DSA? Quali sono gli aspetti della personalità maggiormente intaccati?

Prima di rispondere a questa domanda vorrei riportare delle testimonianze che possono far capire i vissuti di questi ragazzi e delle loro famiglie.

I TESTIMONIANZA.

            1L.  mamma  di   Paolo   11   anni   appena   compiuti,   oggi   prima   media.   Abbiamo fatto un lungo percorso in salita, abbiamo pianto e sorriso insieme, ci siamo molto arrabbiati; sorvolo sulle innumerevoli conversazioni con le maestre senza che nessuna si ponesse un quesito, una domanda, e tutte le difficoltà affrontate dal piccolo con fatica, rabbia e dolore poiché ogni genitore che incontra la dislessia sa di cosa parlo, preferisco giungere velocemente alla situazione attuale passata per pura casualità e oggi dico per fortuna, attraverso l’incontro con la Dott.ssa Di Stefano, che con la sua professionalità, cortesia, e disponibilità ci ha aperto gli occhi sul problema e ha accompagnato ns. figlio attraverso un percorso di recupero durato diversi mesi, e con incontri successivi nei periodi estivi. Il  lavoro  fatto  su  Paolo  gli  dà  oggi  una  possibilità,  e  soprattutto  la  voglia  e   la consapevolezza che può farcela. Con gli strumenti compensativi, un valido supporto esterno per i compiti pomeridiani 3 volte a settimana; Paolo riesce a studiare utilizzando la sintesi vocale, libri digitali e mappe concettuali quando serve, non è ancora completamente autonomo, ma aiutandolo in sinergia con la scuola sicuramente raggiungerà l’obbiettivo prefissato. Anche qui mi sembra di essermi svegliata da un incubo, qualche giorno fa gli è stato consegnato un portatile che ha avuto la possibilità di utilizzare per il ” compito di produzione”, e in generale c’è un’attenzione da parte di tutto il corpo insegnanti che Paolo non ha mai avuto; questo si traduce in uno stato di benessere del piccolo che da anni non provava, sta bene ha una buona relazione con i compagni, sensibili e informati del problema, è allegro e spiritoso come un bambino di 11 anni sa e deve essere, è diventato chiacchierone, ho detto alle professoresse quanta gioia mi dà sentirlo, era solitario silenzioso , arrabbiato e con pochissime relazioni, manifestava intolleranze e soffriva di coliche addominali ricorrenti. Il suo rendimento scolastico è ottimo e anche lui comincia a crederci. Aver incontrato delle insegnanti  con cui poter dialogare, capaci di comprendere le sue difficoltà e disponibili ad  aiutarlo a confrontarsi ad armi pari ci rende fiduciosi… e ci dà il tempo di recuperare.

 1 http://www.simonadistefano.it/Pagine/Testimonianze

 2“Mia mamma mi ha chiesto di raccontare quelle che sono state, e sono ancora, le mie sensazioni, ciò che provavo e talvolta provo ancora; ho detto NO! Mai racconterò a nessuno ciò che ho dentro, ciò che mi ha fatto soffrire; come posso esprimerle in una forma che ripugno? Ma poi capisco che è il mezzo con cui si deve comunicare e allora SCRIVERO’!

DOLORE FISICO: da piccolo ogni mattina quando entravo a scuola e ora prima di una verifica, ho mal di pancia, voglia di vomitare, per le scale i miei piedi sono piombi verso il patibolo, il cuore mi sale alla gola, non respiro, vorrei scappare, sparire. FRUSTRAZIONE: so che le cose che non riesco a fare sono semplici ed è assurdo che  io non riesca a moltiplicare 3×4 senza calcolatrice. La mia testa è piena di idee, ma come comunicarle?

 UMILIAZIONE: alle elementari ero considerato un ASINO, quello che non studia; quante volte ho letto e riletto la stessa pagina senza capirci un cavolo! A che serve impegnarsi a scrivere se poi quel foglio diventa un “lago di sangue” per colpa della penna rossa della maestra? E quel problema di aritmetica? Lo so fare, si, ho la soluzione, devo fare una moltiplicazione e una sottrazione……STOP! Non ci riesco! SOLITUDINE: mi sedevo all’ultimo banco, per non rompere, nessuno si accorgeva di me, ero trasparente; all’improvviso però tornavo ad esistere, ma quello era il momento del: non hai fatto i compiti! Questo non è leggere, è balbettare! Non sai nulla! Cosa farai nella vita? (a questa domanda stò ancora cercando una risposta). Ero solo con il mio casino di parole. RABBIA: prima ero molto arrabbiato. Perchè non capisco? Perchè non lo so fare? E più ti sforzi di rispondere e più ti arrabbi ed odi te stesso. Ora ho capito. Ancora provo rabbia e odio, ma verso chi non capisce e mi considera ancora uno sfigato.  DISLESSIA: è una parola che non riesco neanche a scrivere correttamente, è la sorgente di tutti i miei problemi, una brutta bestia. Ora la conosco meglio e ne ho meno paura; come dice mia mamma sono una “povera rondine” che inizia a volare libera.

Ho condiviso con voi questo, è stato un grande sforzo, mamma non chiedermi altro!”

 2 http://www.simonadistefano.it/Pagine/Testimonianze

Queste testimonianze estratte dal sito internet della Dott.ssa Simona Di Stefano penso possano in parte far capire quelli che possono essere i vissuti di questi ragazzi e delle loro famiglie.

I sentimenti che si sviluppano in questi bambini sono molti ma tutti accumunati dal desiderio di riuscire, dimostrare di potercela fare per poi scontrarsi con la realtà, che è diversa da quella che vorrebbero.

La situazione psicologica dei bambini e ragazzi con disturbi specifici di apprendimento (in particolare dislessia, ma anche disgrafia, disortografia, discalculia etc) è particolarmente delicata e richiede attenzione da parte della scuola.

Il problema non è semplice e ha una lunga evoluzione, modificandosi con il passare degli anni e del ciclo scolastico. In ogni fase l’atteggiamento dei docenti, dei compagni di classe e della famiglia hanno un grande peso nel determinare evoluzioni positive o negative del vissuto psicologico di questi ragazzi.

La complessità nasce innanzitutto dalla mancanza di chiarezza e di consapevolezza: molti non hanno una diagnosi, e se viene fatta in rari casi si può parlare di diagnosi precoce e questo porta spesso a confondere e addebitare il problema alla pigrizia, svogliatezza, mancanza di impegno e di attenzione che si perpetuano nel tempo con i loro effetti negativi. Il fatto che questi ragazzi sono per il resto del tutto normali, rende la situazione meno comprensibile trasformandosi in uno svantaggio ulteriore poiché    la sofferenza psicologica e il disagio non sono compresi nella loro causa reale e prevale l’idea, anche non detta esplicitamente, della colpa.

La colpa è anche il vissuto che, nella situazione d’incertezza, gli stessi ragazzi si costruiscono: pensano che vanno male a scuola perché è colpa loro, si giudicano  inferiori agli altri come intelligenza e capacità.

Inseriamo qui il concetto di “locus of control” che indica la modalità con cui un individuo ritiene che gli eventi della sua vita siano prodotti da suoi comportamenti o azioni, oppure da cause esterne indipendenti dalla sua volontà.

Sono state individuate due tipologie di locus of control:

  • Interno: che è posseduto da quegli individui che credono nella propria capacità  di controllare gli eventi. Questi soggetti attribuiscono i loro successi o insuccessi a fattori direttamente collegati all’esercizio delle proprie abilità, volontà e capacità.
  • Esterno: posseduto da parte di coloro che credono che gli eventi della vita, come premi o punizioni, non sono il risultato dell’esercizio diretto di capacità personali, quanto piuttosto il frutto di fattori esterni imprevedibili quali il caso,  la fortuna o il destino.

Questi vissuti, questi aspetti che caratterizzano questi ragazzi rischiano di strutturare  una personalità condizionata dalla bassa autostima che avrà ricadute persistenti sul futuro personale e professionale.

L’autostima è un giudizio di stima di sé, cioè il fatto di apprezzarsi, piacersi, pensare di valere. Giudizi negativi severi, frequenti e generalizzati su di sé portano a sentimenti di tipo negativo (sconforto, vergogna, colpa, ansia); giudizi positivi frequenti e generalizzati su di sé portano a sentimenti di euforia, vitalità e serenità

Gli studi hanno riscontrato che i bambini con DSA hanno un concetto di sé stessi più negativo rispetto ai bambini senza il disturbo (Tabassam e Grainger, 2002), tendono a sentire più ansia e hanno poca stima di sé stessi (Hall, Spruil e Webster 2002). L’autostima ha un impatto pervasivo sulle emozioni, sulla cognizione, sul comportamento  e  sulla   motivazione   della   persona   (Campbell,   Lavallee,   1993). La valutazione che gli individui hanno di sé stessi e delle proprie competenze sono aspetti vitali che possono influenzare il benessere psicologico generale. L’autostima non è importante solo per i risultati scolastici, ma per lo sviluppo personale e per il  benessere generale dell’individuo.

Alcuni studi (Heyman,1990) hanno rilevato che una bassa autostima è un fattore di rischio per la depressione e porta a sentimenti di inadeguatezza in vari ambiti della vita di una persona (Harter, 1993). Gli studenti con DSA sembrano essere a maggior rischio di bassa autostima perché sperimentano molte difficoltà a scuola, sia in termini di performance scolastica, che in termini di accettazione dei compagni (Marcal, 1992; Martinez &Semrud-Clikeman, 2004).

Questo concetto è diverso da quello del sé, oggetto di studio di molte discipline. Il Sé è multidimensionale e presenta diverse valenze, individuale-sociale, soggettiva-oggettiva, cognitiva, emotiva-affettiva. Il concetto di sé quindi rappresenta l’insieme di elementi a cui una persona fa riferimento per descrivere sé stessa e riguarda tutte le conoscenze sul sé, come il nome, la razza, le credenze, i valori e le descrizioni fisiche (es. altezza e peso). Una persona può ad esempio vedere sé stessa come un lavoratore, come una persona interessata allo sport, e così via; questi sarebbero tutti elementi del suo concetto di sé.

Quando illustriamo il concetto di sé, dobbiamo essere attenti a distinguere bene i tre aspetti del sé:

l’io/identità”: è la funzione che acquisisce, pianifica, e interpreta l’esperienza del soggetto. Manifesta l’esistenza del soggetto come unico, separato, distinto dagli altri, costante e duraturo nel tempo.

“il sé”: ciò che il soggetto appare a se stesso, in riferimento alla percezione che egli stesso ha e al segnale che riceve dagli altri.

“il senso di sé” rappresenta la consapevolezza che il soggetto ha di sé, la conoscenza della propria autostima ovvero la valutazione di se stesso.

Secondo W. James, esponente della psicologia sociale, “ il sé deriva da una costruzione personale (attiva) dell’individuo su di sé” (1890). Egli suddivide il sé in Io, riguardante  il sé cosciente e Me, ovvero il sé conosciuto attraverso un “Me materiale” che comprende tutto ciò cui si può fare riferimento come parte di sé; un ”Me sociale” che rappresenta la reputazione e i riconoscimenti che si possono ricevere dagli altri; un “ Me spirituale”che riguarda l’intero apparato degli stati di coscienza e delle facoltà psichiche. William James, quindi, definisce l’autostima come il rapporto tra il Sé percepito di una persona e il suo Sé ideale; il Sé percepito equivale al concetto di sé, alla conoscenza di quelle abilità, caratteristiche e qualità che sono presenti o assenti; mentre il Sé ideale è l’immagine della persona che ci piacerebbe essere.

Secondo James una persona sperimenterà una bassa autostima se il Sé percepito non riesce a raggiungere il livello del Sé ideale. L’ampiezza della discrepanza tra come ci vediamo e come vorremmo essere è infatti un segno importante  del  grado  in  cui siamo soddisfatti di noi stessi. In altre parole, secondo la definizione di James, l’autostima sarebbe il risultato dei successi ottenuti realmente in corrispondenza delle aspettative e degli obiettivi posti dal soggetto.

E’ noto che i ragazzi dislessici soffrano di problemi legati alla sfera emotiva fin dai primi decenni del secolo scorso, quando uno dei primi studiosi Samuel Orthon, osservò che si manifestano solo dopo l’inizio delle attività scolastiche, non prima; questa osservazione fondamentale esclude la genesi psicologica dei disturbi di apprendimento. La dislessia è una disabilità che ha un’evoluzione nel tempo con esiti non facilmente prevedibili. Ogni ragazzo dislessico può presentare un’evoluzione diversa, che dipende dai molteplici fattori concomitanti che possono migliorare o peggiorare l’evoluzione.

I principali sono:

  1. la gravità del disturbo dislessico, assai variabile, ha certamente un peso importante;
  2. la presenza di aree di eccellenza e di talenti che possono fornire vie di compensa dal punto di vista psicologico e dal punto di vista funzionale;
  3. l’adeguatezza delle reazioni e degli interventi dell’ambiente (scuola e famiglia) che a sua volta dipende spesso dalla precocità della diagnosi.

 La gamma di problemi psicologici che possono presentare i ragazzi con DSA è molto varia e si manifesta già a partire dalla scuola primaria, per poi modificarsi nel tempo. Poiché il disturbo in forme più o meno nascoste e compensate, può persistere per tutta la vita continuando ad essere fonte di stress, le ricadute sul benessere psicologico si possono trovare a qualsiasi età, in forme assai diverse dal punto di vista quantitativo e qualitativo.

L’interesse recente per il benessere psicologico di questi soggetti ha dato    vita a ricerche che sono andate oltre lo studio dei processi cognitivi per prendere in esame quelli emotivi. Moè e colleghi(Moè, De Beni, Cornoldi, 2007) hanno descritto gli aspetti emotivi e motivazionali che caratterizzano il bambino con DSA confrontandolo con   un bambino senza difficoltà e combinando i risultati di diversi studi sono arrivati alla conclusione che il primo presenta un concetto di sé più negativo, un’autostima più bassa, è più ansioso e sente di avere meno supporto emotivo.

Il costrutto di benessere è molto complesso e intervengono vari fattori come la salute fisica e psicologica, la qualità delle relazioni familiari e amicali, il senso di autoefficacia ed autostima, il vissuto emotivo.

Per i ragazzi in età dello sviluppo anche l’ambiente scolastico è importantissimo e tutti gli aspetti legati a questo contesto. E’ importante attenzionare le caratteristiche dei processi di apprendimento, i successi e gli insuccessi scolastici, le relazioni sociali e interpersonali. Il rapporto con i pari influenza moltissimo lo sviluppo sociale, emotivo e comportamentale dell’alunno quindi è un aspetto fondamentale, infatti, il benessere scolastico, oltre ad essere legato a tutti i processi legati all’apprendimento abbraccia le relazioni sociali e interpersonali.

Studi psicologici ci insegnano l’importanza dell’identificazione con il proprio gruppo di pari per un sano sviluppo dell’identità sociale. Si possono capire le molteplici conseguenze che si possono avere a livello psicologico se il bambino con DSA si sente rifiutato e non accettato dal proprio grippo-classe e le pesanti ripercussioni che si possono avere sul piano sociale, emotivo e comportamentale.

Diversi studi hanno evidenziato che i bambini che risultano avere reti sociali più povere sono quelli che hanno livelli elevati di ansia, sentimenti di solitudine, depressione e alienazione. Questi vissuti portano ad un evitamento della scuola e una diminuzione dell’investimento sulle attività didattiche.

DSA E DISTURBI PSICOPATOLOGICI.

In questo paragrafo approfondiremo i doversi tipi di disturbi psicopatologici che si presentano spesso nei ragazzi con DSA.

Questi disturbi li possiamo dividere in due diverse categorie diagnostiche: disturbi esternalizzanti e disturbi internalizzanti.

Con il termine esternalizzanti intendiamo una serie di disturbi e comportamenti ad essi associati caratterizzati da aggressività, problemi nella concentrazione, impulsività e iperattività. I più frequenti sono il Disturbo della Condotta e il Disturbo Oppositivo Provocatorio.

Il Disturbo della condotta è caratterizzato da una modalità di comportamento ripetitiva e persistente in cui i diritti fondamentali degli altri o le principali norme o regole  societarie appropriate per l’età vengono violati. Questi comportamenti si inseriscono in quattro gruppi fondamentali: condotta aggressiva che causa o minaccia danni fisici ad altre persone e animali; condotta non aggressiva che causa perdita o danneggiamento della proprietà; frode o furto; gravi violazioni di regole.

L’anomalia del comportamento causa compromissione significativa del funzionamento sociale e scolastico.

L’esatta causa del disturbo della condotta non è nota, ma si ritiene che una combinazione di fattori biologici, genetici, ambientali, psicologici e sociali svolgono un ruolo.

Sul piano ambientale, la disorganizzazione dell’attaccamento, gli stili di Parenting caratterizzati dal ricorso a controllo psicologico, il neglect e l’abuso, le esperienze traumatiche, una storia familiare di abuso di sostanze, il ricorso ad una disciplina incoerente da parte dei genitori sono tutti fattori che possono contribuire allo sviluppo del disturbo della condotta.

Il Disturbo Oppositivo Provocatorio è una modalità ricorrente di comportamento negativo, provocatorio, disobbediente, ed ostile nei confronti delle figure dotate di autorità. E’ caratterizzato da perdita di controllo, litigi con gli adulti, opposizione attiva e rifiuto di rispettare richieste o regole degli adulti, essere suscettibile o facilmente infastidito dagli altri, essere dispettoso o vendicativo.

I fattori di rischio che favoriscono l’insorgenza del DOP possono essere:

  • Essere abusato o trascurato
  • Disciplina particolarmente severa o inconsistente.
  • La mancanza di supervisione
  • Genitori con una storia di ADHD, disturbo oppositivo provocatorio o problemi  di comportamento.
  • Instabilità familiare.
  • Cambiamenti stressanti che inficiano il senso di coerenza di un bambino aumentano il rischio di comportamento dirompente.

Le manifestazioni del disturbo sono presenti nell’ambiente familiare ma possono essere evidenti anche a scuola o nella comunità.

La seconda categoria diagnostica include i disturbi internalizzanti, ovvero i disturbi d’ansia e i disturbi dell’umore.

La caratteristica principale del Disturbo d’ansia generalizzato è la presenza di ansia e preoccupazione eccessive. Il soggetto ha difficoltà a controllare la preoccupazione e presenta irrequietezza, facile affaticabilità, difficoltà a concentrarsi, irritabilità, tensione muscolare e sonno disturbato.

I disturbi d’ansia includono :

  • Disturbi d’ansia da separazione;
  • Fobia scolare;
  • Attacchi di panico.

La caratteristica principale del disturbo d’ansia di separazione è l’ansia eccessiva manifestata dal bambino quando si deve separare da qualcuno della famiglia a cui è profondamente legato (di solito la figura materna). Tale stato di ansia deve essere inadeguato al livello di sviluppo e comparire per la prima volta nei primi sei anni  di vita. I soggetti affetti da ansia da separazione hanno di solito un comportamento  normale finché sono in presenza del genitore o della figura primaria di attaccamento, ma manifestano intensa ansia nel momento in cui vengono da essa separati. Inoltre tendono ad esprimere paure irrealistiche e persistenti riguardo al verificarsi di eventi catastrofici che li possano separare per sempre dai genitori. I bambini con disturbo d’ansia di separazione temono di essere uccisi o rapiti o di incorrere in qualche grave incidente o malattia se lontani dai genitori, oppure che ai genitori capiti qualcosa di brutto quando sono  lontani.  Di  solito  evitano  di  rimanere  soli  anche  per  pochi  minuti.   Possono

manifestare un’intensa riluttanza ad andare a scuola, in quanto ciò comporta un distacco dalla    madre    o,    più    in    generale,    dalla    figura    primaria    di    attaccamento.  I bambini con ansia da separazione spesso hanno difficoltà all’ora di andare a letto e possono insistere perché qualcuno stia con loro finché non si addormentano. Quando si trovano ad essere separati dai genitori possono manifestare sintomi fisici quali mal di testa, vomito, mal di stomaco, dolori addominali. Lontani da casa, tendono ad essere tristi,   chiedono   di    telefonare    ai    genitori    e    di    essere    riportati    a    casa.   Il disturbo d’ansia di separazione talvolta può svilupparsi dopo qualche evento di vita stressante (per esempio, la morte di un parente o di un animale domestico, una malattia del bambino o di un parente, un cambiamento di scuola, un trasloco in un’altra zona, o un’immigrazione).

La fobia sociale è la paura di agire, di fronte agli altri, in modo imbarazzante o  umiliante e di ricevere giudizi negativi.

Questa paura può portare chi ne soffre ad evitare la maggior parte delle situazioni sociali, per la paura di comportarsi in modo “sbagliato” e di venir mal giudicati. Solitamente le situazioni più temute da chi soffre di fobia sociale sono quelle che implicano la necessità di dover fare qualcosa davanti ad altre persone; a volte può  creare ansia sociale anche semplicemente entrare in una sala dove ci sono persone già sedute.

Le persone temono di apparire ansiose e di mostrarne i “segni”, cioè temono di  diventare rosse in volto, di tremare, di balbettare, di sudare, di avere batticuore, oppure di rimanere in silenzio senza riuscire a parlare con gli altri, senza avere la battuta “pronta”. Accade spesso che chi sperimenta ansia sociale, quando non si trova in una situazione temuta, riconosca come irragionevole la propria paura e tenda, conseguentemente, ad auto accusarsi  e  rimproverarsi  per  non  riuscire  a  fare  cose. La fobia sociale, se non trattata, tende a rimanere stabile e cronica, e spesso può dare luogo ad altri disturbi come la depressione. Tale disturbo sembra esordire normalmente in età adolescenziale o nella prima età adulta.

Solitamente si distinguono due tipi di Fobia Sociale:

  • semplice, quando la persona sperimenta ansia sociale solo in una o poche tipologie di situazioni;
  • generalizzata, quando invece la persona teme pressoché tutte le situazioni sociali.

Gli attacchi di panico (detti anche crisi d’ansia) sono episodi di improvvisa ed intensa paura o di una rapida escalation dell’ansia normalmente presente. Sono accompagnati  da sintomi somatici e cognitivi, quali palpitazioni, sudorazione improvvisa, tremore, sensazione di soffocamento, dolore al petto, nausea, vertigini, paura di morire o di impazzire, brividi o vampate di calore. La caratteristica essenziale del Disturbo di  Panico è la presenza di attacchi di panico ricorrenti, inaspettati, seguiti da almeno 1  mese   di   preoccupazione   persistente    di    avere    un    altro attacco    di    panicoLa persona si preoccupa delle possibili implicazioni o conseguenze degli attacchi d’ansia e cambia il proprio comportamento in conseguenza degli attacchi, principalmente  evitando  le  situazioni   in   cui  teme  che  essi   possano  verificarsi.   Il primo attacco di panico è generalmente inaspettato, cioè si manifesta “a ciel sereno”, per cui il soggetto si spaventa enormemente .

L’attacco di panico ha un inizio improvviso, raggiunge rapidamente l’apice (di solito entro 10 minuti o meno) e dura circa 20 minuti (ma a volte molto meno o di più).

I sintomi degli attacchi di panico sono:

  • Palpitazioni/tachicardia;
  • Paura di perdere il controllo e di impazzire;
  • Sensazione di sbandamento, instabilità;
  • Tremori;
  • Sensazione di soffocamento;
  • Dolore o fastidio al petto;
  • Sensazioni di derealizzazioneo depersonalizzazione;
  • Brividi e vampate di calore;
  • Nausea e disturbi addominali.

Sempre all’interno della categoria dei disturbi internalizzanti abbiamo detto di trovare i Disturbi dell’umore.

Con    il    termine disturbo    dell’umore si     designa     la     vasta     classe     di  disturbi psicopatologici e sintomi che consistono in alterazioni o anomalie del tono dell’umore dell’individuo, che siano di entità tale da causare alla persona problemi o disfunzioni persistenti o ripetute oppure disagio marcato nonché disadattamento alle condizioni ambientali di vita con ripercussioni di varia entità nella vita interrelazionale e/o lavorativa.

Si suddividono in Disturbi Depressivi, Disturbi bipolari e Disturbi dell’umore basati su eziologia diversa.

I Disturbi depressivi sono caratterizzati da tono dell’umore depresso e perdita di interesse per quasi tutte le attività. Nei bambini l’umore può essere irritabile anziché triste.

Il soggetto può presentare alterazioni dell’appetito e del peso, alterazioni del sonno, ridotta energia, difficoltà a concentrarsi e a prendere decisioni.

I Disturbi bipolare sono caratterizzati dal susseguirsi di episodi depressivi alternati ad episodi maniacali, ipomaniacali e periodi di benessere.

L’episodio maniacale è un periodo durante il quale vi è un umore anormalmente e persistentemente elevato, espanso, irritabile.

E’ caratterizzato da almeno tre sintomi tra i seguenti:

  • Autostima ipertrofica o grandiosità,
  • Diminuito bisogno di sonno;
  • Maggiore loquacità;
  • Fuga dalle idee;
  • Distraibilità;
  • Aumento dell’attività sociale, lavorativa, scolastica oppure agitazione psicomotoria;
  • Eccessivo coinvolgimento in attività ludiche.

L’episodio ipomaniacale è simile a quello maniacale ma di più brave durata.

IL RUOLO DELLO PSICOLOGO

Nel mese di luglio 2011 è stato elaborato il Decreto attuativo della suddetta Legge 170, con il quale vengono fornite le indicazioni per la diagnosi e la certificazione diagnostica dei DSA, e le “Linee Guida per il diritto allo studio degli alunni e degli studenti con Disturbo Specifico dell’Apprendimento.”

Con il Decreto attuativo si evidenzia che per formulare la diagnosi ed effettuare consulenza in materia di DSA è indicato lʼapproccio interdisciplinaree che gli specialisti  coinvolti”  sono   Neuropsichiatra   Infantile,   Psicologo,   Logopedista”.  Si vede dunque come in questo lavoro gli Psicologi devono essere in prima fila per specifica competenza, sia in sede diagnostica e consulenziale, che in  ambito riabilitativo; ma possono anche essere protagonisti del trattamento cognitivo diretto ai bambini con DSA, da non confondersi con la tradizionale riabilitazione logopedica. Qual è, dunque, il ruolo dello Psicologo nei casi di DSA?

Lo Psicologo è un professionista in grado di descrivere lo sviluppo dell’apprendimento in un bambino e riconoscerne gli eventuali eventi disturbanti o psicopatogeni: è esperienza costante che problemi nel percorso di apprendimento scolastico possono compromettere in modo irreversibile la motivazione allo studio, la percezione del Sé e  la   dinamica   relazionale   presente   e   futura   in   cui   il   bambino   vive   e   cresce.  I DSA riguardano le basi su cui poggia tutto il percorso di apprendimento scolastico. Essi quindi vanno esplorati dettagliatamente e singolarmente per scoprirne l’andamento funzionale o disfunzionale che sia, innanzitutto rifacendosi alle procedure ed agli strumenti  raccomandati nella Consensus Conference.

Per capire il punto di partenza di una buona procedura psicodiagnostica occorre innanzitutto ricordare quanto affermato alla Consensus Conference : “La principale caratteristica di definizione di questa “categoria nosografia” (i DSA), è quella della “specificità”, intesa come un disturbo che interessa uno specifico dominio di abilità in modo significativo ma circoscritto, lasciando intatto il funzionamento intellettivo generale. In questo senso, il principale criterio necessario per stabilire la diagnosi di DSA è quello della “discrepanza” tra abilità nel dominio specifico interessato (deficitaria in rapporto alle attese per lʼetà e/o la classe frequentata) e lʼintelligenza generale (adeguata per lʼetà cronologica).

Quindi, una volta esclusa una eventuale patogenesi di tipo medico, il primo elemento da valutare è il funzionamento cognitivo del bambino: il suo profilo di intelligenza è   nello

stesso tempo, criterio diagnostico esclusivo/inclusivo e punto di partenza di un’analisi che successivamente deve approfondire i singoli aspetti dell’apprendimento alla luce delle      capacità      cognitive       generali       e       particolari       del       bambino.      In questa prima fase è necessario che la valutazione dei livelli cognitivi/intellettivi sia fatta da uno Psicologo, il quale ha la competenza per fare una “misurazione” psicometrica dell’intelligenza rispettosa dei canoni scientifici richiesti, inserendo i  valori evidenziati in un contesto più ampio di valutazioni che comprenderà il particolare stato emotivo,  relazionale  e  socio-culturale  di  quel  bambino  in  quel  momento.  Solo dopo questa prima valutazione è possibile passare all’osservazione delle competenze di base acquisite fino a quel momento in lettura, in scrittura ed in matematica.

Anche in questo lavoro devono essere usati gli strumenti standardizzati ormai da tempo a disposizione degli Psicologi, che sono in grado di confrontare la prestazione del bambino oggetto dell’analisi diagnostica, con la corrispondente capacità attesa per l’età, allo scopo di determinare le discrepanze esistenti e poter descrivere l’eventuale presenza di DSA.

Il processo diagnostico deve procedere con l’esplorazione delle funzioni neuropsicologiche connesse al processo di apprendimento, in particolare sarà importante valutare il funzionamento della Memoria(soprattutto la Memoria di Lavoro che è principalmente coinvolta), l’Attenzione e la Concentrazione, le abilità visuo-spaziali e  di organizzazione temporale. Anche in questi casi sono necessarie conoscenze prettamente di tipo psicologico e neuropsicologico e l’uso di strumenti standardizzati, senza i quali l’osservazione rimane solo empirica e priva della capacità di valutare le eventuali     discrepanze     con     il     funzionamento     atteso     per      l’età.     L’analisi  diagnostica  si  completa  con  la  necessaria  esplorazione   dei  coinvolgimenti emotivo-relazionali e delle dinamiche psicologiche che le esperienze frustranti connesse con il DSA, hanno sedimentano nella personalità del bambino in crescita. Inutile dire che lo Psicologo ha le competenze e gli strumenti per addentrarsi su questo terreno, ma è anche necessario dire che i risultati di questa indagine saranno fondamentali sia per il progetto riabilitativo logopedico che per il trattamento che ho definito di “potenziamento cognitivo”; ogni psicologo infatti sa bene quanto sia importante il vissuto dell’ IO per il raggiungimento di qualunque meta, e quanto sia fondamentale che qualunque tipo di trattamento sia accompagnato da idoneo supporto psicologico.

Occorre conoscere, sapere cosa fare, per formulare una diagnosi; occorre partecipare alla      progettazione      ed      al      monitoraggio      delle      attività       di riabilitazione logopedica fintanto che sono efficaci; bisogna impegnarsi in consulenze di supporto a scuola e famiglia e trattare i bambini con potenziamenti idonei ad aiutarli a superare il loro problema dal punto di vista cognitivo ed emotivo. Lo Psicologo può fare molto, ma deve approfondire e dedicarsi a questa area professionale secondo le direttive e le linee guida operative che provengono dalla Consensus Conference e dalle norme in materia. Un lavoro che devono saper fare gli Psicologi del Servizio Sanitario Nazionale che lavorano con l’Età Evolutiva, ma anche, e forse soprattutto, i liberi professionisti che troveranno in questo campo abbondante lavoro.

CONCLUSIONI

In questa tesina ho voluto affrontare il tema dei DSA analizzandoli da un punto di vista psicologico.

Nel primo paragrafo sono stati spiegati gli aspetti principali di questi disturbi evidenziando le difficoltà a cui vanno incontro i ragazzi e le caratteristiche principali di ogni singolo disturbo.

L’attenzione si è focalizzata principalmente sugli aspetti psicologici, i sentimenti e vissuti negativi che spesso si associano ai DSA.

Nello specifico sono stati trattati i disturbi psicopatologici che possono essere suddivisi in due categorie: disturbi esternalizzanti e disturbi internalizzanti.

Nell’ultimo paragrafo è stato attenzionato il ruolo dello psicologo come importante figura in quanto professionista in grado di descrivere lo sviluppo dell’apprendimento in un bambino e riconoscerne gli eventuali eventi disturbanti o psicopatogeni.

Fondamentale quando si parla di DSA è riuscire a fare una diagnosi precoce per riconoscere il problema e poter intervenire il prima possibile fornendo al bambino tutti gli strumenti necessari per il suo apprendimento e per il suo benessere psicologico.

Ad oggi rispetto ad anni fa molti passi avanti sono stati fatti riguardo questo argomento ma non bisogna mai smettere di cercare risposte e migliorarsi perché come detto più volte in questa tesina, i bambini dislessici hanno un diverso modo di imparare ma comunque imparano.

BIBLIOGRAFIA

Biancardi Andrea, Milano Gianna. Quando un bambino non sa leggere. Editore Rizzoli, Milano 2003

Giacomo Stella, Enrico Savelli. Dislessia oggi. Prospettive di diagnosi e intervento in Italia dopo la legge 170. Erickson 2011

Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.

SITI INTERNET CONSULTATI

www.manuscala.altervista.org www.simonadistefano.it

CITAZIONI DI LEGGI E PROVVEDIMENTI LEGISLATIVI

Legge n.170 dell’8 ottobre 2010 Decreto Ministeriale del 12 luglio 2011