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Identità, Memoria e Ricostruzione. La ricomposizione della comunità dopo l’emergenza.


di Stefania Aiello , psicologa
curato dal dott. Fabio Campetti e dott.ssa Tiziana Corsini, psicologi dell’Emergenza, Associazione Psicologi per i Popoli, sez. Abruzzo


Abstract: Il presente articolo rappresenta una sintesi di più ampie considerazioni sulla ricostruzione simbolica e fisica della comunità colpita da catastrofe, in relazioni ai processi di identità e memoria collettiva, all’interno di un percorso didattico di approfondimento sulla Psicologia dell’Emergenza. Negli anni più recenti, in territorio italiano e straniero, c’è stata una sempre maggior attenzione alla memoria e alla riabilitazione delle comunità locali tramite percorsi e manifestazioni che interessano le  comunità e le generazioni.
 Le comunità, come le persone, non ritornano mai come prima dopo eventi catastrofici. Oltre alla perdita di persone care e di cose materiali che le proteggevano, come la casa o il posto di lavoro, ogni volta che un evento improvviso e violento le colpisce sono le loro radici e una parte della loro identità che vengono cancellate.
Il presente contributo parte da una più ampia ricerca in merito agli interventi di ricostruzione delle comunità distrutte da una catastrofe. In particolare sono state prese in considerazione e sono stati ricercati tutti quegli interventi e quei contributi teorici che hanno fatto della rete sociale, del senso di appartenenza e degli aspetti di resilienza dei singoli e delle comunità il punto di riferimento degli interventi pre e post-emergenza. Esistono contesti di emergenza per eccellenza come quelli dei conflitti armati, sui quali esistono una letteratura più consolidata e interventi già strutturati. L’importanza che, invece, racchiudono interventi minori e circoscritti rappresenta la sfida per la psicologia dell’emergenza oggi.
Connotando la catastrofe come “contestuale” e partendo dalle peculiarità di tale contesto per la progettazione di qualsivoglia azione preventiva o riparativa, tali interventi hanno, infatti, negli ultimi anni, arricchito e trasformato quel tipico approccio “medico”, prettamente statunitense, che aveva delimitato l’azione soprattutto alla semplice cura delle sindromi post-traumatiche di chi aveva vissuto il trauma.
Key-words: catastrofe, ricostruzione, comunità, resilienza, identità, memoria.

 

L’evento traumatico: interruzione della quotidianità del singolo, della comunità e della sua narrazione.

Il tempo si configura come parte fondamentale dell’esistenza umana: fa da sfondo alla costruzione della propria storia e dei significati che gli attribuiamo, serve a posizionare noi stessi e il nostro presente in funzione del confronto e dell’integrazione personale con un sé passato e un ideale futuro, serve a guidarci e dirci in quale direzione stiamo andando e quali altre vie potremmo seguire e scegliere. L’evento traumatico, in quest’ottica, si prefigura come punto di rottura di un continuum all’interno del progetto di vita dell’individuo e della comunità. La caratteristica dell’evento catastrofico è, infatti, quella di interrompere e produrre una frattura nelle strutture elementari della quotidianità, un cambiamento inatteso che ristruttura il sistema che ne viene colpito, sfida le capacità dei suoi componenti nell’integrazione dei significati del cambiamento all’interno della propria storia e della propria memoria come gruppo. 
Durante il normale corso degli eventi, alcuni cambiamenti all’interno del sistema sono considerati normali e fisiologici, ma i disordini inattesi provocati dalla catastrofe spingono necessariamente e repentinamente a ridefinire la struttura d’insieme e le caratteristiche e i comportamenti che fino ad allora sono stati considerati funzionali. Nella condivisione della nuova esperienza, nuovi legami e nuovi rapporti prendono necessariamente vita mentre altri vengono abbandonati, vengono elaborati nuovi simboli e nuove narrazioni che entreranno nella memoria collettiva della nuova comunità e influenzeranno i modi di intendere e volere la ricostruzione. Il trauma può essere letto come la fine di qualcosa o come inizio di qualcos’altro, in ogni caso comporta una trasformazione. Quanto una comunità riesce a ricostituirsi, a ricostruire e quando invece è esposta al cambiamento radicale?

 

Elementi di vulnerabilità e di resilienza della comunità. Il ruolo della memoria sociale.

L’abilità di un sistema di sopravvivere a cambiamenti di tale portata è stata collegata da Berkes alla resilienza che i gruppi che lo compongono hanno nel ridefinirsi e nella capacità di reagire e supportarsi (Berkes et al. 2003).
Resilienza e vulnerabilità sono due facce delle stessa medaglia: ciò che può essere considerato un fattore di protezione infatti, può rappresentare, se assente o mal gestito, un punto critico.
La gestione del rischio, di cui si sottolinea l’importanza come fattore di resilienza al verificarsi dell’emergenza, cerca di individuare le vulnerabilità di una comunità non solo dal punto di vista geo-economico, ma anche sociale, introducendo strategie di coping e capacità specifiche sulla costruzione e sulle dinamiche dei gruppi, in questo caso della popolazione. Tuttavia, davvero poche comunità, soprattutto tra quelle che si considerano indenni da eventi calamitosi, si impegnano in attività preventive di questo tipo, nonostante i contesti di emergenza siano sempre più dovuti non solo a cause naturali, ma siano collegati sempre più frequentemente a disastri “tecnologici” ed errori umani, per esempio i casi di Bhopal in India e di Cernobyl in Ucraina.
Attraverso un’analisi della letteratura esistente possiamo inoltre presentare alcuni elementi della comunità considerati di resilienza/vulnerabilità:

  1. Il legame tra aspettativa di rischio e quantità/qualità del danno, definito “vulnerabilità sociale” (Cavalli 1998): la stessa causa scatenante produce effetti diversi a seconda del modo in cui l’eventualità dell’emergenza sia stata incorporata nelle procedure istituzionali, nella cultura e nell’organizzazione sociale della comunità.
  2. Il sentimento della fiducia (Pretty and Ward 2001), considerato alla base del mantenimento della mutualità e solidarietà sociale prima e dopo l’emergenza.
  3. Il grado in cui il sistema è capace di riorganizzarsi (Berkes 2003).
  4. La capacità di ri-definirsi alla luce di nuovi scenari, di riappropriarsi del concetto di identità “possibile” e non prescritta.
  5. il grado in cui la comunità ha dimostrato/dimostra capacità di apprendimento e adattamento: “Una conseguenza della perdita di resilienza e della capacità di adattamento è infatti il senso di smarrimento di fronte a nuove opportunità e opzioni di risposta” (Berkes 2003).

 

Nelle situazioni di emergenza la resilienza e la capacità di auto-regolazione possono essere alimentate tramite rituali promotori di una memoria sociale dell’evento condivisa e la co-partecipazione delle varie comunità presenti nel territorio ai valori e alle immagini della ricostruzione e del cambiamento (Folke et al. 2003). La memoria sociale può essere un utile strumento per la rievocazione e la valorizzazione di esperienze positive di “buona gestione” e dei processi che vi sono stati alla base o del ricordo di persone “chiave” che si sono dimostrati, con le loro attitudini e comportamenti, nodi fondamentali per la risoluzione di un determinato problema o facilitatori del dialogo e dell’apprendimento di una fiducia e un rispetto reciproci.
Il passato, le reti sociali possono servire da deposito di una memoria che può essere recuperata e rivitalizzata nella riorganizzazione al cambiamento.

 

La ricostruzione simbolica: identità, tradizione e memoria della comunità

La fase della vera ricostruzione ha inizio molti mesi, a volte anni, dopo il verificarsi della catastrofe; riguarda le strutture fisiche e la morfologia della città e abbraccia tutta una serie di dinamiche legate alle perdite simboliche degli individui e della comunità, vuoti e fratture che vanno riallacciate nella memoria e nell’identità degli uni e dell’altra.
Due dimensioni conferiscono identità ad una comunità: la sua tradizione e la sua memoria.
Identità e tradizione sono due concetti molto spesso considerati intercambiabili;                                Bettini sostiene che tendiamo a confonderle tradizione e identità nelle immagini che usiamo:  “Per indicare la tradizione culturale di un gruppo o di un paese, l'immagine più ricorrente che viene usata è quella delle 'radici'. Un albero è quel certo albero perché è cresciuto da quelle radici, di conseguenza, io sono io perché sono cresciuto dalle 'radici' della mia tradizione culturale. In un certo senso, è come se io non potessi essere altrimenti, la mia identità finisce ineluttabilmente per essere determinata dalle mie 'radici', cioè dalla tradizione cui appartengo” (Bettini 2001). Le radici esprimono l’appartenenza, l’origine, l’attaccamento ad una storia che ci precede e che noi contribuiamo a portare avanti. E’ per questo, forse, che quando una catastrofe distrugge completamente la fisionomia delle cose e interrompe il corso naturale degli eventi ci si sente perduti. Anche nella ricostruzione e ancora dopo c’è chi continua a vivere un senso di estraniamento. Questo perché l’idea della radici porta con sé anche l’immagine della solidità, della certezza e della stabilità: un albero senza radici muore.
Il cambiamento portato dall’emergenza e dall’evento tragico può essere rappresentato come una frattura che non cresce più perché ha perso il terreno da cui attingere sostentamento. Tuttavia nel corso “naturale” degli eventi, anche quando queste radici sono ben ancorate al terreno, ce ne sono sempre alcune che crescono e alcune che muoiono nel momento in cui ciascuno di noi prende consapevolezza di chi vuole essere e fa delle scelte. Il cambiamento potrebbe invece essere immaginato non come una radice verticale ma come una possibilità orizzontale accanto alla quale se ne possono collocare altre. L’idea della verticalità rimanda infatti alla concezione storica delle radici, quella della linearità che lega passato, presente e futuro. L’orizzontalità si configura invece come possibilità, dinamicità e apertura.
Durante la fase della ricostruzione, è la comunità, con la sua storia, a dover fare i conti con la rinascita. E’ durante questa fase che cominciano a svilupparsi discussioni, poi spesso conflitti, intorno ai modelli di ricostruzione su che cosa e come ricostruire, che cosa mantenere e che cosa cambiare. Molto spesso, durante la fase dell’emergenza, le autorità sono state sospese o localmente
sostituite da forme di leadership spontanea che hanno acquistato sostegno e legittimazione da parte della popolazione. Durante la fase della ricostruzione, invece, le decisioni continuano ad essere prese “istituzionalmente”, senza coinvolgere e interessare i sopravvissuti e ignorando quelle forme di aggregazione spontanea a cui prima facevamo riferimento.
Le ricerche sul campo e gli studi sociali più recenti che hanno interessato le comunità, la partecipazione attiva e l’empowerment, sostengono invece come sia necessario il massimo coinvolgimento, soprattutto in una fase così importante come quella della ricostruzione. Se infatti gli studi finora effettuati riguardano il malcontento e la partecipazione in situazioni di vita “normali”,  quanto gli stessi concetti siano fondamentali in contesti colpiti da calamità in cui entrano in gioco dinamiche, interessi, questioni morali e identitarie su cui contrattare e sui cui bisognerebbe dar voce alla popolazione? E’ importante far riferimento non solo alle comunità esistenti prima dell’emergenza, vedere come esse siano cambiate, quali esigenze portano, ma soprattutto cogliere la struttura, l’articolazione delle élite locali post calamità e il rapporto che hanno avuto con la collettività nella fase successiva all’emergenza.
La ricostruzione cui facciamo riferimento non interessa solamente la parte fisica e strutturale di un territorio e della sua popolazione, quanto tutta una serie di significati ed esperienze che non si vogliono perdere o si vogliono far emergere. Il processo di sviluppo della nuova comunità creatasi non può solamente avvenire tramite memoriali e testimonianze fisiche, spesso forme di ricordo ancora una volta “istituzionali”, necessarie per legittimare la sofferenza e la perdita di quelle popolazioni, ma non sufficienti. E’ nella partecipazione attiva che la popolazione e la comunità trovano unione, legittimazione e riscatto, nuovi scenari per il futuro e per nuove narrazioni da integrare nella propria storia, nella propria memoria e nella nuova identità.

 

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