IL C.T.U. e l’ascolto del minore abusato: il difficile compito fra normativa ed emozioni

21 ottobre 2016
 ottobre 21, 2016
Category: Articoli

IL C.T.U. e l’ascolto del minore abusato: il difficile compito fra normativa ed emozioni

di Franca Brizzo

PREMESSA

Le denunce relative a sospetto di abuso ai danni di minori sono in continuo aumento e sempre più urgente è la ricerca di una metodologia e di procedure scientificamente significative e condivise da tutti i tecnici chiamati a svolgere il loro lavoro peritale in ambito giudiziario, per ridurre il più possibile errori che stravolgono la vita, a volte in modo irreparabile, a tutti i diretti interessati. Psicologia e Diritto sono due discipline che si fondano su presupposti diversi.

In generale, un obiettivo della prima è la spiegazione e la comprensione del comportamento umano in una prospettiva probabilistica e centrata sulla soggettività; un obiettivo della seconda è la ricerca della certezza.

Nonostante nel 1996 e successivi aggiornamenti siano state emanate, attraverso la “Carta di Noto”, delle linee guida per l’esame giudiziale del minore, persiste una certa tendenza a sottovalutare le esigenze dei minori, le dinamiche soggettive e relazionali e gli esiti di tali accertamenti. Inoltre, spesso si assiste alla non comprensione dello stato d’animo di coloro che sono coinvolti in vicende giudiziarie, travolti in meccanismi non più gestibili a livello individuale e o familiare e spesso incomprensibili per i non addetti ai lavori, che pongono i vari protagonisti della vicenda in uno stato di angoscia e ansia fortissimi dai diversi punti di vista.

Dal punto di vista del minore in quanto, spesso, l’iter giudiziario diventa un reale abuso su un presunto abuso.

Dal punto di vista della famiglia e/o del genitore presunto abusante, che vede leso il suo diritto alla difesa, come se “il diritto di difendersi” perdesse di valore e di significato.

Dal punto di vista della tutela legale e dei tecnici d’ufficio e di parte che hanno spessore, peso, legittimità assolutamente discrezionali e diversi nel processo dibattimentale.

Dalle caratteristiche della segnalazione del presunto abuso che avviene in contesti dove molto è ancora lasciato alla competenza, professionalità, esperienza individuale e “buon senso” dei diversi incaricati.

Dai tempi della giustizia, così lunghi, che a loro volta determinano pregiudizio e danno al minore e al suo nucleo familiare.

Dalla poca chiarezza esistente tra diritto e psicologia. Tra atto criminoso e dinamiche familiari sofferte che possono essere comprese e sanate con strumenti assolutamente meno invasivi e distruttivi.

 

 

INTRODUZIONE

Cos’è l’abuso sessuale?

E’ possibile definire l’abuso sessuale in modi molto diversi.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo definisce:

“Il coinvolgimento di un minore in atti sessuali, con o senza contatto fisico, a cui non può liberamente consentire in ragione dell’età e della preminenza dell’abusante, lo sfruttamento sessuale di un bambino o adolescente, la prostituzione infantile e la pedopornografia”.

Montecchi (1994) lo descrive come: «il coinvolgimento di soggetti immaturi e dipendenti in attività sessuali, soggetti a cui manca la consapevolezza delle proprie azioni nonché la possibilità di scegliere. Rientrano nell’abuso anche le attività sessuali realizzate in violazione dei tabù sociali sui ruoli familiari pur con l’accettazione del minore».

L’abuso sessuale non è certamente un’attività che comporti necessariamente l’atto della penetrazione. L’aspetto fondamentale, invece, è quello rappresentato dalla condizione della vittima, impossibilitata a scegliere o a comprendere correttamente quello che sta accadendo o che viene proposto.  Quindi si è in presenza di un abuso sessuale quando la persona coinvolta nella relazione sessualizzata non è in grado di cogliere il profondo significato di quanto viene effettuato su di lei, oppure le conseguenze reali e durature a cui può portare. Si parla di abuso sessuale anche nei casi in cui la persona non viene mai fisicamente toccata, ma viene esposta alla visione o all’ascolto di vicende a contenuto sessuale non adeguate all’età o alla relazione con l’abusante.

Non esiste una definizione universalmente accettata di abuso sessuale sui minori, tuttavia lo si può definire come “il coinvolgimento di bambini ed adolescenti – soggetti immaturi e dipendenti – in attività sessuali che essi non comprendono ancora completamente e alle quali non sono in grado di acconsentire con totale consapevolezza”. La caratteristica centrale di ogni abuso è la posizione dominante dell’adulto che induce, in maniera coercitiva o tramite l’utilizzo della forza o della manipolazione, un minore ad un’attività sessuale.

L’abuso sessuale sui minori può includere: la masturbazione, l’accarezzamento dei genitali del minore, i contatti orali-genitali, la penetrazione digitale e i rapporti anali o vaginali, ma non si restringe solo al contatto fisico, infatti, si parla anche di “abusi senza contatto” (ne sono esempi l’esibizionismo, il voyeurismo e la pornografia minorile).

A causa dell’assenza di una definizione universalmente accettata è difficile stabilire la misura precisa del fenomeno dell’abuso sessuale sui minori.

Questo è un elemento che incide anche a livello giuridico sia nel determinare se vi sia stato o no abuso sessuale, sia per il compito del C.T.U. che si trova a lavorare in situazioni di estrema delicatezza e sfumatura nell’ascolto dei soggetti coinvolti.

 

 

LA NORMATIVA ITALIANA

Premessa

In Italia, nell’ultimo decennio, le problematiche connesse all’abuso sessuale sui minori hanno ricevuto un’attenzione sempre maggiore. Molteplici sono stati i dibattiti tra professionisti e esperti coinvolti a vario titolo nella trattazione di tali casi e numerose le campagne di sensibilizzazione rivolte sia specificatamente ai minori, potenziali vittime di queste forme di abuso, sia all’opinione pubblica in generale.

Le problematiche sociali, giuridiche e psicologiche di una questione così complessa sono numerose e tra queste, in primis, si pone la questione dell’audizione del minore, sia esso solo testimone o, al contempo, vittima dei reati in questione. In particolare si evidenzia un duplice ordine di problemi, il primo relativo alle modalità e alle tecniche di assunzione della testimonianza, il secondo relativo ai criteri di valutazione delle dichiarazioni rese dal minore.

Nell’indagine che segue si tratterà solo la prima di tali questioni, salvo un breve cenno ai criteri di valutazione della testimonianza del minore elaborati in ambito giurisprudenziale.

Numerosi studi di psicologia infantile hanno confermato che tra i fattori che provocano un maggiore stress emozionale per il minore vi è il fatto di dover deporre in pubblica udienza nell’aula del tribunale, il venir sottoposto all’esame e al controesame condotto dal pubblico ministero e dai difensori e il trovarsi a testimoniare di fronte all’imputato, la cui sola presenza è di per sé sufficiente a intimorire o suggestionare la piccola vittima.

I recenti interventi legislativi realizzati con la legge n. 66 del 1996 (Norme contro la violenza sessuale) e con la legge n. 269 del 1998 (Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori) hanno tentato di approntare concreti strumenti al fine di proteggere la vittima di reati sessuali, anche e soprattutto nel momento della deposizione, prevedendo in particolare una disciplina speciale quanto a tempi, modalità e regole per l’assunzione della testimonianza di minori di sedici anni. Si tratta di una svolta fondamentale anche dal punto di vista culturale, in quanto in passato l’attenzione era stata sempre rivolta a tutelare i diritti di colui che aveva commesso il reato piuttosto che quelli della vittima, soprattutto se minorenne.

La normativa penale è stata dunque completamente riformata in seguito all’entrata in vigore delle suddette leggi, che hanno abrogato alcuni articoli del codice penale e parallelamente ne hanno introdotti di nuovi, prevedendo fattispecie incriminatrici prima inesistenti.

Tra le novità più significative introdotte dalla legge n. 66 del 15 febbraio 1996, oltre all’aver ricondotto i reati di abuso sessuale tra i reati contro la libertà personale anziché contro la moralità pubblica, vi è sicuramente il fatto di aver disciplinato l’aspetto relativo alla tutela dei minori in particolare durante lo svolgimento del processo, rafforzando le garanzie processuali a favore del testimone minorenne.

La legge 66/96 stabilisce che non vi è consenso valido ad atti sessuali fino al compimento dei quattordici anni, o di sedici se l’autore è l’ascendente, il genitore anche adottivo, il tutore o la persona cui il minore è affidato per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia. Gli atti sessuali tra minorenni consenzienti sono invece consentiti a condizione che il più giovane abbia almeno tredici anni e che non ci sia tra loro una differenza di età superiore ai tre anni.

Significativa è anche la previsione che consente al minore vittima di abuso un’assistenza psicologica e affettiva costante, attraverso la presenza in ogni stato e grado del procedimento dei genitori o di altra persona idonea indicata dal minore e ammessa dall’autorità giudiziaria procedente.

La procedibilità dei reati sessuali

Il minore necessita di tutela giuridica fin dalla fase di impulso del processo, che avviene attraverso la denuncia all’autorità preposta.

La disciplina relativa alla procedibilità dei reati sessuali ha costituito uno dei punti più controversi dei lavori parlamentari da cui è derivata la legge 66/96, dato il diverso punto di vista tra i sostenitori della procedibilità d’ufficio estesa a tutte le fattispecie di reato, al fine di tutelare maggiormente la vittima, e coloro che sostenevano invece la procedibilità a querela, sia in ossequio al diritto di riservatezza della vittima sia per evitare di sottoporla a un processo non voluto.

Il nuovo articolo del codice penale che disciplina la procedibilità per i reati di violenza sessuale semplice o aggravata e atti sessuali con minorenne rappresenta un compromesso tra queste due differenti esigenze.

Tale norma prevede comunque una particolare tutela per i minori in quanto garantisce la procedibilità d’ufficio nei casi di violenza sessuale su minori di anni 14 nel caso in cui il fatto è compiuto dal genitore, anche adottivo, dal convivente del genitore, dal tutore, o da altra persona cui il minore è affidato per ragioni di cura, educazione, istruzione, vigilanza o di custodia, e nel caso di atti sessuali compiuti su minore di anni 10. Le altre ipotesi di procedibilità d’ufficio previste dall’art. 609 septies riguardano i casi in cui il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio nell’esercizio delle sue funzioni, e l’ipotesi in cui il fatto è connesso con un reato procedibile d’ufficio. Inoltre si procede d’ufficio nel caso di corruzione di minorenni e violenza sessuale di gruppo.

Le indagini preliminari

Con la notizia di reato si apre la fase delle indagini preliminari, nel corso della quale verrà effettuato un primo vaglio della notitia criminis.

Il minore, normalmente, potrà essere sentito dalle autorità competenti a gestire il «colloquio», ovvero dalla Polizia giudiziaria o dal PM, o comunque da un consulente di quest’ultimo nel caso in cui venga disposta una consulenza tecnica, caso peraltro assai frequente in questa tipologia di reati. Si tratta di un momento particolarmente delicato, in quanto rappresenta il primo impatto tra il minore e il meccanismo processuale, e l’ascolto può avvenire ad opera di soggetti diversi, in luoghi generalmente ritenuti non idonei (ad es. locali di polizia o uffici della Procura).

Il nostro ordinamento, tuttavia, nulla prevede in questa fase in relazione all’audizione del minore vittima di reati sessuali da parte della Polizia o del Pubblico Ministero, né esistono disposizioni specifiche che sottolineino la necessità di concentrazione di tali interventi e la massima riduzione possibile del numero degli interlocutori del minore. La conseguenza è che tutto è rimesso alla preparazione e alla sensibilità di tali soggetti, che per ascoltare il minore potrebbero comunque utilizzare in via analogica le modalità previste per l’audizione protetta e quindi servirsi di uno psicologo o utilizzare gli strumenti della registrazione o della videoregistrazione per la verbalizzazione del racconto.

L’utilizzabilità probatoria degli atti assunti dalla Polizia giudiziaria e dal Pubblico Ministero è limitata, in quanto generalmente, e salvo eccezione, acquisiscono valore solo ai fini della valutazione della credibilità del testimone e non come elemento di prova di quanto affermato.

Diventa pertanto di fondamentale importanza la scelta circa la tempistica in cui cristallizzare in prova il racconto accusatorio reso dal minore attraverso lo strumento dell’incidente probatorio.

L’assunzione della testimonianza

In via preliminare occorre precisare che nell’ordinamento penale italiano vige il modello accusatorio che impone la formazione della prova nella fase dibattimentale, cosicché le testimonianze escusse dagli organi di polizia giudiziaria o dal PM dovranno essere necessariamente riproposte nel corso del dibattimento.

Il legislatore ha previsto un particolare sistema di protezione nel caso in cui si debba procedere all’audizione del minore in qualità di testimone nel procedimento penale

La legge 66/96 ha poi integrato tale forma di tutela inserendo il comma 3 b i s dell’art. 472, in cui si prevede che nel caso di reati di violenza sessuale e prostituzione minorile si proceda sempre a porte chiuse quando la parte offesa è minorenne.

Ci si era comunque resi conto che le cautele previste dall’art. 498 c.p.p. per l’audizione del minore da sole non erano sufficientemente tutelanti, soprattutto nel caso di minori in tenera età, per i quali la comparsa in aula al cospetto del presunto abusante restava comunque un evento traumatico e pregiudizievole alla loro crescita sana.

Nel Tribunale di Milano fin dal 1993 si è andata consolidando una prassi di audizione protetta fondata su un’interpretazione estensiva del combinato disposto degli artt. 498 e 502, attraverso la cui applicazione si procedeva all’audizione del minore presso centri psicologici specializzati. Tale modalità di assunzione della prova è stata poi sostanzialmente recepita dalla nuova legge contro la violenza sessuale.

La legge 66/96 ha poi previsto la cosiddetta audizione in forma protetta che avviene secondo modalità tali da evitare che il contesto processuale possa turbare il minore.

L’udienza, in tali casi, potrà svolgersi anche in un luogo diverso dal tribunale, e in particolare il giudice potrà avvalersi di strutture specializzate di assistenza o, in mancanza di queste, presso l’abitazione dello stesso minore.

L’art. 609 decies del c.p. introdotto dalla legge 66/96, prevede poi che per il minorenne, persona offesa di uno dei reati in questione, l’assistenza affettiva e psicologica sia assicurata in ogni grado e fase del procedimento.

Tra gli accertamenti opportuni rientra sicuramente, con un ruolo preminente, la perizia psicologica, distinta da un’eventuale perizia medico-legale, sul minore-vittima. In genere, infatti, insieme all’incidente probatorio viene anche disposta una consulenza da parte di uno psicologo sulla credibilità del minore, i cui risultati vengono discussi in sede di incidente probatorio.

La questione della valutazione del contenuto delle dichiarazioni rese dal minore riveste una notevole importanza, dato che la valutazione da parte del collegio sull’attendibilità o meno del minore può risultare decisiva ai fini dell’esito del processo. Secondo una recente sentenza della Corte di Cassazione tale valutazione deve contenere «un esame sia dell’attitudine psicofisica del teste ad esporre le vicende in modo utile ed esatto, sia della sua posizione psicologica rispetto al contesto delle situazioni interne ed “esterne”.

Il ruolo dello psicologo

Lo psicologo viene nominato come c o n s u l e n t e.

Al consulente viene richiesto di verificare l’idoneità psichica del minore a   rendere testimonianza e la sua credibilità.

Quando lo psicologo incontra la piccola vittima, questa spesso ha già raccontato l’accaduto a qualcuno (genitore, maestra ecc.), e spesso è già stata ascoltata dalla polizia, che alle volte si avvale di esperti, o dallo stesso PM.

Potrebbe accadere che sia sufficiente incontrare il minore una sola volta, oppure con cadenza settimanale, tutto dipende dal singolo caso.

In alcuni centri predisposti per l’audizione protetta può accadere che da dietro lo specchio assistano il PM o la polizia e alle volte anche il genitore, anche se non è molto comune in quanto si ravvisa un turbamento del rapporto di fiducia che si instaura tra il minore e il consulente, e in ogni caso il minore va avvisato di ciò.

Per l’ascolto del minore lo psicologo, a seconda dell’età, può avvalersi di giochi (spesso peluche, bambole, ma non quelle con evidenti parti anatomiche che non sembrano essere utilizzate dagli esperti intervistati), disegni (anche se alcuni non li ritengono utili, se non ai fini di mettere a proprio agio il bambino, in quanto il più delle volte si tratta di scarabocchi non decifrabili). Si ritiene molto importante partire da un racconto libero del bambino per poi procedere a domande di approfondimento.

È condivisa l’opinione secondo cui le domande devono essere aperte e occorre evitare di suggestionare il bambino o farlo sentire in colpa.

Il consulente potrebbe ritenere necessario interloquire pure con i familiari, e questo dipende anche dalla tipologia di abuso, se extra o intrafamiliare.

Altra ipotesi è infine quando lo psicologo viene convocato per l’audizione protetta come a u s i l i a r i o del giudice. In tal caso le sue funzioni sono più assimilabili a quelle di un interprete/traduttore. Infatti in tale contesto il più delle volte lo psicologo incontra il minore solo qualche minuto prima dell’audizione, e il suo compito è quello di «tradurre» le domande concordate dalle parti in un linguaggio comprensibile al minore.

Date le difficoltà in tutto il procedimento gli operatori hanno pertanto tentato di sviluppare tecniche e protocolli di intervista che permettano da un lato di rispettare le esigenze del bambino e dall’altro di raccogliere le informazioni rilevanti dal punto di vista legale. Così anche in Italia vi sono stati tentativi in tal senso: la Carta di Noto e il Decalogo sull’ascolto del minore ne sono l’esempio.

 

LE CONSEGUENZE TRAUMATICHE SUL MINORE VITTIMA DI ABUSO

I minori che subiscono un abuso sessuale non sempre presentano “chiari segni” di abuso: spesso non presentano alcun segno, in quanto gli abusanti sono manipolatori, compiono l’abuso senza violenza, come se ricevessero il consenso dal minore, che deve essere ovviamente inteso come un finto consenso.

In situazioni di tal genere è possibile non rilevare neanche i segni di un trauma psicologico, anche se in realtà conseguenze di tipo traumatico le si può rilevare sia nelle modalità erotizzate e seduttive che i minori apprendono a mettere in atto sia nel tipo di personalità che vanno a strutturare nel percorso evolutivo.

Possiamo quindi dire che quello che non viene inteso come trauma immediato ha comunque gravi conseguenze sulla vita della vittima nel corso degli anni.

Le situazioni in cui l’abusato sembra dare il proprio consenso all’abusante sono le più difficili e sfumate ed è anche faticoso per l’intero sistema giudiziario e psicologico giungere all’arresto del colpevole e alla diagnosi di abuso.

Tuttavia spesso i bambini vittime di abuso presentano chiari segni di abuso con conseguenze traumatiche a livello psicologico.

La trattazione che segue si impernia proprio su queste situazioni dando particolare attenzione al trauma che il minore subisce e alle emozioni che possono colpire il CTU nell’ascolto di un minore abusato.

Che cosa è il trauma?

Secondo alcune correnti culturali che fanno riferimento alla teoria delle relazioni oggettuali e dell’attaccamento, gli eventi traumatici chiamano in causa il problema delle relazioni umane, aprono una falla all’interno degli attaccamenti in famiglia, nell’amicizia, nell’amore e in generale nel mondo.

Secondo Judith Herman le relazioni traumatiche frantumano la costruzione del sé che si è formata e mantenuta nelle relazioni con gli altri, minano l’intero sistema di credenze che danno significato all’esperienza umana e violano la fede della vittima in un ordine naturale o divino gettando la stessa vittima in uno stato di crisi esistenziale. Il danno che si crea nell’ambito della vita relazionale è molto importante: infatti riguarda sia le strutture psicologiche del sé, sia i vari sistemi di attaccamento. Gli eventi traumatici interrompono il collegamento tra l’individuo e il resto del mondo, e non possono essere elaborati dal soggetto.

La sicurezza e la fiducia di base nel mondo viene acquisita dall’individuo nei primi anni di vita attraverso la relazione con chi si prende cura di lui, ed essa diventa nell’adulto la base sulla quale la persona si relaziona con se stessa e con il mondo. Nelle situazioni di terrore, la gente automaticamente va a ricercare le proprie fonti primarie di conforto e protezione. Le situazioni traumatiche creano un disperato senso di abbandono, alienazione, e interruzione del contatto con le relazioni, da quelle più intime a quelle più distanti, con una conseguente perdita di fiducia nei confronti di sé, degli altri e in Dio. Sempre secondo la Herman il denominatore comune di ogni trauma psicologico è il sentimento di ” paura intensa, senso di impotenza, perdita di controllo, minaccia di annullamento”. La risposta umana al pericolo è complessa e costituita da un sistema di reazioni fisiche e mentali che formano reazioni normali di natura adattiva che mettono in moto le risorse individuali per preparare la vittima a lottare. La reazione traumatica subentra quando non è possibile nessuna azione, quando la resistenza e la fuga non sono praticabili. Il sistema di autodifesa viene sopraffatto e disorganizzato. Ogni componente della risposta ordinaria al pericolo (per esempio uno stato di eccitazione abnorme), pur avendo perso utilità, tende a persistere in uno stato alterato ed esasperato per lungo tempo anche dopo la fine del pericolo. Gli eventi traumatici producono cambiamenti profondi e duraturi nello stato di allarme psicologico, nelle emozioni, nello stato cognitivo, nella memoria ed anche nel cervello.

A seguito di un avvenimento traumatico vi sono elevate probabilità che il soggetto sviluppi un Disturbo post traumatico da stress; il manifestarsi di tale sindrome dipende principalmente dalla natura del trauma, ma anche dalla strutturazione di personalità del soggetto prima del trauma e dalla reazione (sostegno o rifiuto alla vittima) da parte della famiglia o della società, come ampiamente analizza e documenta Felicity de Zulueta


Conseguenze dell’avvenimento traumatico sulla vittima

Herman divide i sintomi che caratterizzano i soggetti traumatizzati in tre grandi categorie: ipervigilanza, intrusione e costrizione (in alcuni testi definito “evitamento”).  All’ipervigilanza sono da correlarsi molti problemi sperimentati dai bambini e dagli adulti traumatizzati. Dopo un’esperienza traumatica il sistema umano di autoconservazione sembra entrare in uno stato di allerta permanente come se il pericolo potesse ripresentarsi da un momento all’altro. La persona traumatizzata si spaventa facilmente, reagisce con irritabilità a piccole provocazioni, dorme poco o male.

È stato ipotizzato che esperienze negative precoci possano determinare una vulnerabilità allo sviluppo di diverse patologie psichiatriche. Secondo van der Kolk nel PTSD si verifica uno sconvolgimento delle funzioni del tronco cerebrale, cosa che determina sintomi come la perdita dei confini del corpo, disturbi del sonno, alterazioni dei ritmi circadiani e degli orologi biologici. Il riuscire a dare verbalmente un significato a tutto ciò non serve a resettare i meccanismi cerebrali. Il sistema limbico si occupa di porre i confini tra il sé ed il mondo esterno. Negli stati estremi nel sistema limbico si verificano dei cambiamenti per cui diventano minacciose cose che non lo sono in realtà. Anche in questo caso il limitarsi a dargli un significato non resetta i meccanismi.

La percezione nelle vittime di un trauma cambia: o vedono il trauma dovunque, oppure non vedono nulla. Si verifica un arresto dell’immaginazione e della creatività, si ha una perdita del pensiero come capacità di creazione sperimentale.
Per lungo tempo anche dopo che il pericolo è cessato, le persone traumatizzate rivivono l’evento come se fosse continuamente ricorrente nel presente. Il trauma irrompe ripetutamente nel corso della vita normale (intrusione). E’ come se il tempo si fermasse al momento del trauma. Si struttura una forma anomala di memoria che irrompe spontaneamente nella coscienza sotto forma di flashbacks nella veglia e di incubi nel sonno. Piccoli eventi insignificanti possono evocare queste memorie che ritornano con la forza emotiva dell’evento originario. Anche il normale ambiente di vita può diventare pericoloso perché la persona sopravvissuta al trauma non può mai essere sicura che non incontrerà qualcosa o qualcuno che possa rievocare il trauma. Le memorie traumatiche hanno numerose qualità inusuali, per esempio non si trovano sotto forma di ricordi accessibili verbalmente ma molto spesso vengono immagazzinate in una zona del cervello dove non possono essere recuperati se non sotto forma di sensazioni vivide e di immagini. Nel tentativo di annullare il trauma, le persone traumatizzate possono scegliere consapevolmente di mettersi nei pericoli tramite la ripetizione dell’evento. Più frequentemente avvengono parziali ripetizioni inconsapevoli sotto forma mascherata. Non tutte le ripetizioni traumatiche sono pericolose, alcune sono adattive: la persona può trovare una modalità di ripetizione del trauma integrandolo con la vita presente, in modo contenuto e a volte socialmente utile (per esempio una vittima di abuso può diventare educatrice in una comunità che ospita minori abusati). Rimane tuttavia qualcosa di misterioso nelle ripetizioni: anche se scelte consapevolmente, esse conservano una qualità di involontarietà.
Quando una persona si trova una situazione in cui ha perso ogni potere e non è possibile alcuna resistenza, può sentirsi in uno stato di arresa. Il sistema di autodifesa è annullato. La persona privata di ogni potere per poter sfuggire alla situazione di realtà, può farlo invece alterando il suo stato di coscienza. Qualcosa di analogo è stato osservato negli animali che si “congelano” quando vengono attaccati. Queste alterazioni della coscienza o torpori costituiscono il fenomeno della costrizione, terzo sintomo cardinale secondo la Herman e Felicity De Zulueta, del PTSD. Paradossalmente questo stato di calma distaccata dissolve il terrore, la paura e la rabbia. Gli eventi continuano ad essere registrati dalla coscienza ma è come se venissero scissi dai significati ordinari. Le percezioni sono intorpidite, parzialmente anestetizzate o senza particolari sensazioni. Il senso del tempo è alterato spesso con una sensazione di rallentamento delle azioni. La persona può avere la sensazione che ciò che accade non stia succedendo proprio a sé, come se si stesse osservando fuori dal proprio corpo o come se si trovasse all’interno di un incubo da cui sta per risvegliarsi. Queste alterazioni si sommano ad un sentimento di indifferenza, di distacco emotivo e ad una profonda passività in cui si rinuncia all’iniziativa e alla lotta.

I fattori biologici alla base di questi stati alterati, sia che si tratti di trance che di dissociazione traumatica, rimangono un enigma e sembra che l’ipnosi possa agire in maniera analoga alla morfina. Ambedue infatti inducono uno stato dissociativo in cui la percezione del dolore e le normali risposte emotive a questo sono alterate con la caratteristica di alzarne la soglia di tolleranza senza abolire del tutto la sensazione. Quando le persone traumatizzate non riescono a dissociarsi spontaneamente, possono cercare di raggiungere effetti simili di intorpidimento con l’uso di alcol e droghe. Le persone traumatizzate corrono un alto rischio di dipendenza da sostanze come modalità di compensazione delle difficoltà e per controllare i sintomi intrusivi e di ipervigilanza. L’instabilità dovuta all’alternanza di stati dissociativi e di sintomi intrusivi, spesso accompagnati da uno stato di ansia cronica generalizzata, aumentano il senso di imprevedibilità nel soggetto e rendono più intenso il sentimento di sfiducia verso il futuro.

 

LE EMOZIONI DEL C.T.U. DI FRONTE AL MINORE ABUSATO 

L’osservazione psicologica nelle consulenze tecniche

Nel momento in cui si accinge ad ascoltare un minore vittima presunta di abuso sessuale, il tecnico incaricato di perizia (e, in misura non troppo dissimile, anche chi debba compiere un lavoro più prettamente clinico), si trova di fronte ad imponenti difficoltà e resistenze che hanno almeno una triplice origine: esterna (il soggetto da esaminare, il suo mondo interno, il suo entourage relazionale), ambientale (relativa cioè al contesto in cui si svolge l’accertamento peritale), e interna, costituita dall’insieme delle emozioni che inevitabilmente scaturiscono dentro l’apparato psichico dell’osservatore.
Tra le prime, quelle relative al soggetto da esaminare, le più importanti difficoltà scaturiscono dalla natura e dal destino dell’esperienza traumatica che il perito si appresta ad indagare.

Compito del perito è infatti quello di accertare la credibilità di fatti la cui rappresentazione all’interno della coscienza della vittima può andare incontro a complesse e diverse vicende: può accadere infatti che dell’autenticità di fatti realmente accaduti il soggetto non sia del tutto o sia solo parzialmente, o solo a momenti consapevole, poiché il destino dell’esperienza traumatica è assolutamente compatibile con un alternarsi discontinuo di rievocazione e di rimozione, e persino con la trasformazione dei residui mnestici in sintomi somatici.
Prima di giungere attraverso un lungo lavoro psicoterapeutico all’auspicata “mentalizzazione” dell’esperienza traumatica (cioè alla piena e definitiva riappropriazione dell’esperienza, fino a quel momento vissuta come parzialmente estranea) la memoria degli eventi può essere soggetta ad un discontinuo alternarsi di fuoruscite e di reingressi del ricordo dei fatti dalla sfera cosciente dell’apparato psichico.

Nell’accingersi ad accertare l’abuso, il perito dovrà pertanto tenere presente tutto ciò, senza ovviamente trascurare tutte le ipotesi compatibili con una falsa rivelazione.

Per ciò che riguarda il secondo punto, quello relativo al contesto in cui si svolge la perizia, occorre ricordare che le esigenze procedurali, non sempre pongono il perito in condizioni ideali per poter svolgere correttamente il suo compito. Non è impossibile, né raro, infatti, che i tempi occorrenti per una completa e giudizialmente soddisfacente testimonianza da parte della vittima di abuso siano incompatibili con i tempi processuali.

Si aggiunga infine che le regole da rispettare non sono sempre compatibili con la natura degli accertamenti da svolgere: basti pensare alla frequenza con cui gli accertamenti peritali su minori vengono ancora effettuati attraverso colloqui in compresenza dei consulenti di parte, mentre le tecniche di valutazione nell’abito della psicologia clinica e della psichiatria infantile richiedono un’atmosfera diversa, rispetto alla quale la presenza di più osservatori è normalmente considerata fattore non solo disturbante, ma addirittura fuorviante.
Sembra in altre parole che quanto è normalmente acquisito nell’ambito di una rigorosa diagnostica psicologica (il setting necessario ad un attendibile colloquio valutativo) valga un po’ meno in ambito forense, come se risultasse troppo difficile adeguare gli strumenti di indagine diagnostica a fini giudiziari a metodologie che solo se correttamente applicate possono risultare utili per gli scopi processuali.

La trattazione del terzo punto, relativo alle resistenze controtransferali del perito, necessita di alcune considerazioni preliminari.

 

Diagnosi psicologica ed epistemologia
La peculiare caratteristica dell’oggetto di indagine psicologica, che è quella di essere vivente, conferisce all’atto conoscitivo uno statuto epistemologico del tutto particolare, che si basa su due punti fondamentali: l’impossibilità di impedire un influenzamento e quindi una modifica dell’oggetto di indagine da parte dell’osservatore, da cui discende la necessità di includere l’osservatore stesso nel campo di indagine, e l’aspetto congetturale della metodologia d’indagine.
Per queste ragioni, come sottolinea Franco Borgogno, l’osservatore “non può affidarsi principalmente alla percezione, bensì deve utilizzare la sua esperienza, la sua immaginazione, la sua empatia, utilizzando di più le immagini e i sentimenti, le introiezioni e le proiezioni, le sensazioni e i pensieri, e ridimensionando il ruolo dei dati sensoriali e delle loro relazioni logiche. Il carattere vitale e trasformativo dell’oggetto di conoscenza promuove nell’osservatore angoscia, poiché lo implica direttamente e gli richiede una messa in questione a livello di identità. L’osservatore è pertanto portato ad evitare la relazione e l’accoppiamento fra il sé e l’oggetto, privilegiando metodologie che dell’oggetto esplorano un aspetto morto o ideale”.
Viceversa, per poter rispettare il proprio mandato, lo studio psicologico sull’uomo è costretto ad indirizzarsi lungo la via impervia della soggettività e della relazione. Sul piano scientifico, questo ampliamento metodologico elimina le illusioni di certezza ed obbiettività, assegnando loro un significato congetturale e incerto, prima mai considerato.

E’ a partire da Freud e dalla psicoanalisi che l’indagine conoscitiva sull’uomo assume caratteristiche peculiari che discendono dal rapporto di vicinanza dell’oggetto di indagine rispetto all’osservatore, a causa del quale intervengono massicce proiezioni di parti del sé dell’osservato sull’osservatore e viceversa. Tali fenomeni, noti come transfert e controtransfert hanno seguito la singolare sorte di caratterizzarsi alle origini come difficoltà che impedivano il processo conoscitivo, per rivelare successivamente un enorme potenziale di disvelamento rispetto ai fenomeni oggetto di indagine.

Ciò implica la necessità, nel caso dell’esame psicologico, di utilizzare un approccio che non solo tenga conto delle connotazioni proiettive implicite nel processo di indagine, ma che addirittura utilizzi i meccanismi transferali e controtransferali a scopo di conoscenza.

Secondo Borgogno, l’osservazione del rapporto tra chi indaga e l’oggetto (umano) di indagine “è nel campo delle scienze umane preliminare e parallela all’indagine dell’oggetto fuori di sé. L’interazione tra il soggetto e il fenomeno favorisce in quest’ambito una modificazione reciproca, che va considerata. E’ a questo riguardo, infatti, che si parla di “antropomorfizzazione” nell’osservazione animale, di “occidentalizzazione”, nell’osservazione antropologica” e di “adultomorfizzazione” (o “adultocentrismo”) nell’osservazione infantile.

Queste considerazioni, che riguardano l’osservazione psicologica e più in generale i metodi di indagine nelle scienze umane, assumono particolare pregnanza nel caso dell’osservazione diagnostica di sindromi post-traumatiche che si manifestino in minori vittime di abuso sessuale da parte di adulti.
In esse è centrale il ruolo del controtransfert, cioè della “somma delle distorsioni percettive e delle reazioni che collegano lo scienziato all’oggetto di studio, filtrate e determinate dai propri desideri, bisogni, fantasie infantili connesse alla situazione e al rapporto di osservazione” .

Ma quali sono i desideri, i bisogni, le fantasie infantili connesse alla situazione e al rapporto di osservazione dell’incaricato di perizia, nel caso dell’accertamento di abuso?

Ogni persona che abbia il compito di diagnosticare trae le proprie convinzioni non soltanto dalla rilevanza dei dati oggettivi di cui dispone, ma soprattutto e imprescindibilmente dalla risonanza emotiva che la percezione e la riflessione su tali dati provocano in lui.

Dal momento in cui si accetta una metodologia disponibile ad utilizzare la congettura quale modello e ipotesi di lavoro, si è attirati da un’ipotesi diagnostica, quale che essa sia, ben prima di disporre delle necessarie rilevanze. Questa condizione di partenza, che è caratteristica di qualsiasi operazione conoscitiva che implichi un alto grado di partecipazione affettiva nel soggetto indagante, in quanto mette in gioco la componente intuitiva e (quindi emotiva, preconscia e pre-razionale) di qualsiasi procedimento di conoscenza è certamente il terreno su cui possono germinare possibili distorsioni ideologiche, ed è tuttavia un passaggio necessario purché l’osservatore ne abbia una sufficiente consapevolezza.

Secondo un approccio epistemologico che tenga conto del contributo psicoanalitico, non può darsi conoscenza che non risulti inquinata dall’atto stesso del conoscere; sulla base di ciò, pertanto, non si potrebbe che considerare falsa e ideologica qualsiasi indagine che pretendesse di conservare, soprattutto in un ambito tanto connotato da emozioni violente, una fredda e notarile obbiettività, poiché mancherebbe l’elemento irrinunciabile della partecipazione empatica, che fatalmente riapre la porta al coinvolgimento emotivo dell’osservatore.

Congettura e sentimento di colpa

Attraverso l’accoglimento dell’intuizione si stabilisce un’ipotesi di lavoro che privilegia le componenti empatiche ed emotive del processo conoscitivo, e che ha d’altro canto necessità di essere soggetta a prove di falsificazione.
La consuetudine con tale intuizione iniziale produce nell’osservatore un sentimento di colpa dovuto al conflitto con istanze superegoiche che rimandano costantemente l’immagine dell’ipotesi contraria, come ipotesi “tradita”, e la sopportazione di tale conflitto è condizione necessaria per il mantenimento del contatto con l’oggetto di indagine.

Un esempio (tratto dalla pratica clinica del Dottor Guasto): Anna è una bambina che ha raccontato alla madre, all’età di tre anni, di aver subito gravi abusi sessuali da parte del padre, sotto forma di fellatio, masturbazione anale reciproca e pratiche coprofiliche. Dal momento in cui la donna ha appreso quelle terribili notizie, è stata costretta a fissare la propria attenzione su aspetti della vita familiare cui prima non aveva avuto il coraggio di guardare con la necessaria attenzione. Ne sono seguite decisioni gravi, a cominciare da quella di abbandonare la casa coniugale assieme alla bambina e di iniziare un lungo calvario che la porterà ad affrontare giudizi clinici che rimarranno saldamente ancorati ad una pseudo equidistanza agnostica per tutto il corso di un anno, nonostante le produzioni della bambina di fronte alla somministrazione di test risultino ad una lettura normalmente attenta, sorprendentemente indicativi per la presenza pervasiva di idee incestuose nella bambina.

Durante la somministrazione della tavola 8 del Blacky Pictures Test, che rappresenta la cagnolina Blacky mentre assiste ad una scena di coccole tra i genitori e la sorellina Tippy, alla domanda: “Qui Blacky guarda il resto della famiglia. Vuoi commentare la scena?” Anna risponde: “Vogliono far l’amore con Tippy” “In che modo?” chiede la psicologa, “baciando e accarezzando” risponde Anna. Durante l’inchiesta successiva, alla domanda “che cosa si sentirebbe di fare Blacky, ora?”, Anna risponde “vorrebbe uccidere il fratellino perché vuole fare lui l’amore”; e alla domanda “quando capita a Blacky di vedere una scena come questa?”, risponde “se lo sogna anche di notte”; e alla domanda “se Blacky é arrabbiata, con chi lo é di più, con mamma, con papà o con Tippy?”, risponde: “con tutti perché vuol fare anche lei l’amore”.

La tavola viene normalmente usata al fine di esplorare eventuali sentimenti di gelosia e di rivalità fraterna, e risposte di questo genere non potrebbero non essere messe in relazione con la dettagliata denuncia prodotta dalla madre di Anna, se non ci si trovasse di fronte ad un imponente meccanismo di evitamento da parte dell’osservatore.

Al momento dell’incarico di CTU viene consegnata al perito anche una voluminosa perizia di parte che espone in dettaglio una serie di osservazioni diagnostiche effettuate dalla Consulente di Parte, dalle quali si ricava una narrazione chiara e molto difficilmente falsificabile, attraverso la quale la bambina rende partecipe la psicologa dell’esperienza subita. La non comune nitidezza delle sequenze esposte renderebbe perlomeno necessaria una perversa e straordinaria capacità drammaturgica della Consulente che ha steso l’elaborato, e altrettanta capacità di coerenza narrativa avrebbe dovuto possedere la madre, che ha scritto una corposa e dettagliata relazione degli avvenimenti prima inviata alla Procura della Repubblica, e successivamente esposta verbalmente in maniera assolutamente credibile allo stesso CTU.
A questi elementi si aggiunge il fatto che lo studio della personalità del padre evidenzia importanti aspetti scissionali, accompagnati dalla presenza di disturbi formali del pensiero. L’uomo mostra inoltre un’inquietante incapacità di contatto con le accuse che gli sono rivolte, affermando di non sapere esattamente di che cosa lo si accusi. Seguendo le linee bizzarre della sua autodifesa, ci si rende conto dopo un po’ di tempo, che alcune precisazioni fino a quel momento inspiegabili, volte a sottolineare come fatti non particolarmente significanti (visite presso medici e psicologi, liti con la moglie) siano sempre avvenuti prima che la bambina compisse i tre anni, ci si rende conto che tali precisazioni sottendono una teoria perversa della sessualità infantile: quella cioè che i bambini di età inferiore ai tre anni, qualora sottoposti a contatti sessuali con adulti, non ne risulterebbero traumatizzati, in quanto incapaci di capire, come risulta da questa tranche di colloquio tra il padre di Anna e il CTU:

CTU: “E’ mai capitato che Anna cercasse di toccarle il pene?”

P.: “No, non è mai capitato. Anche perché Anna dai tre anni in avanti andava all’asilo!”

CTU: “Che c’entra?”

P.:”I bambini piccoli non hanno sessualità, non distinguono i capezzoli, il pene, eccetera. Io non sono come tanti genitori che fanno il bagno nudi con i loro figli. Io non l’ho mai fatto! Se avessi voluto lo avrei fatto dalla nascita, e non dopo i tre anni!”

CTU: “Perché fa questa precisazione?”

P.: “Un esempio! Non lo avrei fatto dopo i tre anni, perché capiva. Non l’ho mai fatto per rispetto, pudore, igiene! Io non ho mai baciato in bocca la bambina, perché il pediatra ci disse “non fatelo per igiene”

CTU: “E come mai al pediatra è venuto in mente di dire questo?”

P.: “Non lo so. E’ venuto che era piccolina e ci ha detto: “Non c’è niente di male, ma non fatelo, più che altro, per igiene”

Dalle opinioni involontariamente espresse dal padre di Anna emerge la sua visione del rapporto con la figlia: quello che egli considera il bambino-larva, il bambino-cosa, può essere impunemente adoperato. Un bambino così piccolo non è, secondo il padre di Anna, capace di alcun pensiero, né di alcun ricordo, e ciò che non viene pensato o ricordato, secondo la “filosofia” di una personalità dissociata che ricorre abitualmente a meccanismi di difesa arcaici quali il diniego e la scissione, semplicemente non esiste.

Questa è stata, sotto molti punti di vista, una perizia nella quale l’accertamento della verità è risultato abbastanza “facile”, ammesso che il ricorso a questo aggettivo sia legittimo in riferimento ad un abuso sessuale.
A facilitare l’opera del CTU è stata soprattutto l’accuratezza della perizia di parte che aveva raccolto le rivelazioni allo stato nascente, non le aveva sottoposte a censura, e le aveva ordinate in un documento di inequivocabile chiarezza.
Inoltre, in una felicissima e del tutto inconsueta congiunzione di eventi, la persona contemporaneamente incaricata di CTU da parte del Tribunale per i Minorenni sullo stesso caso, aveva deciso di rinunciare ad esaminare la bambina, per evitarle il peso di due accertamenti peritali contemporanei.

Condizioni tanto favorevoli non sono -lo sappiamo bene- molto frequenti. Tuttavia i sentimenti del CTU furono caratterizzati fin dall’inizio da una dolorosa tensione interna derivante dalla sensazione di aver intuito molto precocemente da che parte stessero la verità e la ragione.

Fu una sensazione immediata quella che colse il CTU alla prima lettura dell’elaborato prodotto dalla madre, al punto che, pur procedendo sollecitamente alle operazioni peritali, che furono tuttavia lunghe e dettagliate, si impedì volontariamente per alcuni mesi di esaminare la perizia di parte, brevemente scorsa al momento dell’incarico e subito richiusa, onde evitare un influenzamento che c’era già stato e che era il prodotto dell’immediato e violento confronto con l’evidenza, altrove rimossa.

Con il pensiero fisso alla gravità della responsabilità che tocca: condannare un uomo al carcere o uccidere definitivamente l’anima di una bambina, si provano sentimenti di colpa non già per l’incapacità di raggiungere una verità, ma per averla raggiunta troppo presto, ancor prima di averne le prove.

 

Una possibile patologia del controtransfert peritale: l’evitamento fobico.

L’irruzione delle emozioni nell’osservatore genera talvolta una reazione di difesa che ha come effetto l’anestesia delle funzioni conoscitive. Tale situazione assume i connotati socialmente accettati e molto spesso persino incoraggianti della neutralità fredda e di una malintesa obbiettività tutta fondata sulla ricerca di riscontri rigorosamente alieni da “soggettività”.

Verso la fine della CTU riguardante Anna, il responsabile del servizio territoriale cui la madre di Anna si era rivolta in un primo momento, ottenendone una risposta di scetticismo unito ad equidistanza rispetto al padre, sospetto abusante dichiarò:

“Non siamo riusciti a chiarire se la bambina avesse ricevuto abusi sessuali da parte di chicchessia.

Devo sinceramente ammettere che espletare tali accertamenti esulava dalle nostre capacità. Per questa ragione abbiamo chiesto al T.M. di effettuare una CTU.
Abbiamo chiesto una CTU sui genitori perché ci apparivano entrambi inadeguati. Tra loro c’era una conflittualità altissima: il padre appariva fragile, con scarso autocontrollo emozionale. Manifestava aggressività verbalizzata. La madre ci appariva poco affidabile, scarsamente controllata”.

Come si può constatare, proprio in ragione della sua equidistanza tra i due genitori, il riconoscimento di incapacità da parte dei colleghi copre in realtà un atteggiamento evitante nei confronti di Anna, non disgiunto da ostilità verso la madre, definita “poco affidabile”.

In realtà anche un tecnico alla sua prima esperienza avrebbe potuto formulare delle ipotesi o avanzare dei sospetti di fronte alle risposte date dalla bambina alla tavola. Nello stesso test anche altre tavole avevano ricevuto descrizioni e risposte sospette.

Ci si trova con tutta evidenza di fronte ad un atteggiamento di evitamento fobico da parte dell’istituzione, nei confronti di risultanze diagnostiche estremamente sospette.
Qualche volta, accertamenti peritali condotti con criteri di estrema superficialità non giungono ad alcuna acquisizione significativa, per l’indisponibilità del bambino a rapportarsi con un osservatore che gli fa mancare il contatto, e quindi, il contenimento necessario a non far sentire il bambino solo con le proprie esperienze.

Un atteggiamento di rifiuto, da parte del perito, a confrontarsi con i contenuti mentali (quali che essi siano) del bambino, è spesso fatto passare per neutralità, ma cela piuttosto un atteggiamento fobico, che può sfociare addirittura in un atteggiamento apertamente sadico da parte dell’osservatore.
Tale atteggiamento emotivo non è neppure idoneo ad accertare la diagnosi di istigazione che di solito viene in tali casi prodotta dal perito. Anche tale condizione, se effettivamente presente, necessita di un atteggiamento di condivisione tra l’osservatore e il bambino, perché anch’essa rientra nel novero delle violenze psicologiche, caratterizzate da intrusività nel mondo interno del bambino, da parte dell’adulto istigante. I risultati di accertamenti privi di empatia saranno, anche in tale ipotesi, non solo nulli ma dannosi.
Ciò che prima ho chiamato “evitamento fobico”, consiste in una disposizione controtransferale di difesa rispetto ai contenuti mentali del bambino che un osservatore non sufficientemente equipaggiato sul piano emotivo può mettere in atto. Talvolta accade che tale approccio, per essere rafforzato, debba scivolare in un atteggiamento sadico persecutorio, quando, drammaticamente, in conseguenza di rilievi diagnostici ostinatamente sordi e superficiali viene proposto l’affido del bambino al genitore abusante.

 

Corpi Estranei e Transfert

E’ del tutto evidente che non può esistere alcun controtransfert senza la presenza contestuale del transfert.

Le esperienze traumatiche si incistano nell’apparato mentale del bambino vittima di abuso come corpi estranei, brandelli di desiderio altrui che vengono immessi con devastante intrusività nell’ambito di esperienza dei bambini.
La nozione di “corpo estraneo mentale” è stata elaborata, a partire dal contributo teorico dello psicoanalista Wilfred R. Bion, da Gianna Williams Polacco, responsabile del Dipartimento Adolescenza della Tavistock Clinic di Londra, in riferimento alle proiezioni subite da una bambina molto piccola, che la madre usava come ricettacolo delle proprie intense fobie.
Durante l’adolescenza la bambina sviluppò una severa forma di anoressia mentale, a cagione della quale iniziò una psicoterapia al Centro Tavistock.

Fin dalle prime sedute, la psicoanalista si rese conto che la paziente mostrava una abnorme atteggiamento difensivo contro tutto ciò che avrebbe potuto entrare dentro di lei, tanto che si trattasse di cibo, quanto di rumori, verso i quali mostrava un atteggiamento evitante, a cagione del quale la terapeuta scelse di mantenere sempre un tono di voce (definito “tinta pastello”) tale da non creare reazioni di difesa.

Attraverso la psicoterapia, fu possibile far riemergere ricordi di esperienze precoci, che la bambina aveva subito in relazione alla patologia materna.
La madre, ogni volta che faceva il bagno aveva paura di annegare nella vasca, e per questa ragione pretendeva che la bambina le tenesse la mano. In tal modo la bambina veniva sovraccaricata di tutte le preoccupazioni per le competenze materne che la madre evacuava in lei.

Al quadro clinico che sottendeva l’anoressia della paziente, l’Autrice, sua terapeuta, dette il nome di “No-entry Syndrome” o “Sindrome vietato l’accesso”, essendo risultato chiaro il significato di difesa dall’intrusione di corpi estranei mentali che si traduceva nel rifiuto di assumere cibo.

L’esperienza di abuso sessuale, nel mondo interno di un minore agisce in maniera del tutto simile a quella appena descritta, andando ad interferire pesantemente con il conflitto edipico, che viene ad essere in tal modo reificato, senza che l’esperienza di abuso possa intrecciare con le esperienze native fisiologiche rapporti di continuità, ponendosi invece come “corpo estraneo” privo di legame, e quindi, di significato.

In tal modo i corpi estranei conservano il loro carattere di inappartenenza all’ambiente emotivo che, suo malgrado, li ospita, a causa della mancata “digestione” emotiva che li consegna all’impossibilità di essere “metabolizzati”, cioè elaborati e, quindi, dimenticati.

Una rimozione precoce che preceda il completo riemergere dei ricordi (destinati in tal caso a non essere adeguatamente “mentalizzati”), che qualcuno auspica come soluzione “economica” al trauma dell’abuso, si rivela in realtà come una pericolosa garanzia di mantenimento del corpo estraneo.
L’attività del corpo estraneo si esprime attraverso il continuo e inutile tentativo di evacuazione dello stesso, come testimonia la presenza di disturbi del comportamento alimentare, che compare frequentemente nel successivo percorso di vita delle vittime di abuso.

Nel transfert del bambino abusato (in particolare, di quello abusato in famiglia) è sempre presente una componente di inglobamento in una relazione che tiene prigionieri. Anche quando il bambino sia stato allontanato dal genitore abusante, continua a manifestarsi un certo grado di difficoltà di relazione con le persone di cui ora il bambino può fidarsi, per molteplici ragioni:

a) perché l’abuso intrafamiliare costituisce una rottura gravissima e irreparabile del patto di fiducia all’origine del rapporto di dipendenza, e perché sarà difficile ristabilire tale patto di fiducia nei confronti di altre persone (terapeuta, genitori affidatari, insegnanti, educatori);

b) perché l’abusante occupa, come corpo estraneo, gran parte dello spazio mentale del bambino, dal quale è vissuto come persecutore onnisciente, onnivedente, continuamente in grado di spiare ogni eventuale rottura dell’omertà imposta o falsamente pattuita;

c) perché accanto alla presenza persecutoria interna dell’abusante, il bambino vive anche la persecutività vendicativa dell’altro genitore, che il bambino fantastica di aver estromesso e tradito;

d) in ultimo occorre ricordare che molto spesso la presenza del diagnosta o del terapeuta viene vissuta dal bambino in termini persecutori, in quanto possibile e temuto fattore di disvelamento del grado di coinvolgimento erotico del bambino nella relazione incestuosa, e dei relativi sentimenti di colpa.

Le nozioni di transfert e controtransfert appartengono al dominio della tecnica terapeutica della psicoanalisi, e la loro utilizzazione al di fuori di essa è ancora poco usuale, mentre un maggiore ricorso alle applicazioni della psicoanalisi alla psicologia clinica e alla psichiatria forense metterebbe in particolare evidenza l’imprescindibilità di approfondite valutazioni sulle risonanze affettive che derivano dall’interazione tra il tecnico e l’oggetto di indagine, che per il fatto di essere oggetto vivente, impone alla tecnica di accertamento uno statuto epistemologico peculiare.

Tale necessità diventa assolutamente prioritaria nell’ambito delle perizie sui minori abusati, laddove il frequente ricorso a valutazioni superficiali o dominate dalla pretesa antiscientifica di essere freddamente neutrali, produce un difetto talora molto grave di empatia, che si rende facilmente responsabile di una nuova esperienza traumatica (questa volta di natura giudiziaria) in danno del minore abusato.
L’ascolto dell’ambivalenza

Non è facile essere spettatori della “confessione” dei nostri piccoli pazienti: i bambini abusati, soprattutto se l’abuso è intrafamiliare, raramente riescono a trovare il coraggio di raccontare l’aspetto più sconvolgente dell’abuso che di solito è un segreto nel segreto, l’ambivalenza nei confronti dell’abusante e dell’abuso stesso: persecutore e vittime troppo spesso sono confusi nella mente del piccolo paziente, e necessitano di un confronto con l’esterno per poter accedere ad un chiarimento delle posizioni di ciascun attore della vicenda.

E’ importante che l’adulto che ascolta il minore sia in grado di contenere dentro di sé empaticamente la consapevolezza di avere a che fare con emozioni intensamente contraddittorie, in cui amore e odio possono essere compresenti in modo ugualmente intenso. Gli operatori, psicoterapeuti compresi, non sono esenti da reazioni emotive molto intense quando entrano in contatto con l’ambivalenza delle vittime di gravi maltrattamenti. L’analisi del controtransfert diventa in questi casi indispensabile, anche come preliminare ad ogni possibile ascolto e non solo in contesti terapeutici; oggi sappiamo che ciò che dice il soggetto è determinato da ciò che è pensabile per il terapeuta. Solo se il terapeuta sarà in grado di ascoltare, e tollerare, che una bambina (violentata dal padre con la complicità della madre) possa amare la propria madre a tal punto da rifiutare una nuova famiglia, si potrà andare oltre la maschera del pagliaccio che ride con la quale ben si rappresenta la ragazza in un disegno libero. E solo se si potrà accogliere la dichiarazione d’amore della bambina verso il proprio padre pedofilo, ed ascoltare la sua rabbia verso le leggi ingiuste che puniscono i padri incestuosi, si potrà andare oltre la presentazione di un falso Sé con il quale la ragazzina ha imparato a presentarsi al mondo. Ed è questo anche l’unico modo per non condannare la piccola vittima al silenzio, per non costringerla a negare la propria consapevolezza di un fallimento ed imporle i panni di vittima innocente e passiva che impedirà l’instaurarsi di un reale rapporto terapeutico in quanto le si offre un’immagine degli eventi e dei sentimenti ad essi sottesi nei quali non le è possibile riconoscersi fino in fondo.

La difficoltà dell’operatore rispetto a questa problematica è da ricondurre in gran parte al fatto che spesso la vittima di abuso non si comporta come una vera e propria vittima di un sopruso o di una violenza: per esempio una ragazzina provocatoria, aggressiva, ipersessualizzata (lei stessa oggi abusante), è continuamente in fuga per ritornare a casa. Di frequente queste bambine sono reticenti, omertose, raccontano qualche particolare dell’abuso ma continuano a mantenere di fatto un’alleanza con l’abusante esponendosi al rischio di veder continuare l’abuso stesso. In altri casi questi bambini sembrano desiderare coscientemente di ritornare a farsi maltrattare, ed è anche questo un comportamento estremamente in contraddizione con il tipico ruolo di vittima di una violenza.

Esiste un ulteriore fattore che complica notevolmente la presa incarico dei bambini maltrattanti, ed in particolare delle vittime di abuso sessuale: la loro ambivalenza nei confronti del maltrattamento stesso e l’enorme contraddizione fra quanto dicono a parole e quanto esprimono attraverso il linguaggio extra-verbale o somatico. Succede che certe bambine affermino per esempio di voler tornare dal padre per continuare ad essere da lui abusate, anche se è evidente come l’interruzione della sua convivenza con il nucleo famigliare incestuoso abbia portato dei giovamenti immediatamente visibili da chiunque: c’è un progressivo e netto miglioramento dello stato di salute, uno sblocco delle capacità di apprendimento che al contrario durante l’abuso erano del tutto “congelate”. C’è una profonda scissione fra ciò che queste bambine vivono in una parte della loro mente e ciò di cui invece sono consapevoli sul piano razionale. Non è facile vedere dietro una bimba spaventata e sofferente, il cui comportamento (per le bambine per es. che chiedono apertamente di essere protette dall’abuso) o le cui somatizzazioni lanciano inequivocabilmente un grido di aiuto ed una richiesta di protezione, anche la bambina innamorata del proprio genitore, il partner attivo dell’adulto perverso (per intenderci la bambina che riesce a farsi dire: “sei fantastica!” dopo l’atto sessuale). Spesso questo “segreto nel segreto” viene mantenuto con forza dalle piccole vittime di abuso per timore che le loro mamme non siano in grado di tollerare la sconvolgente verità, ed in qualche modo ciò spesso corrispondente al vero.

Anche i professionisti più esperti possono incontrare delle difficoltà a tollerare l’ambivalenza, o “l’amore per la violenza” che certi bambini si portano dentro, o la loro ambivalenza verso gli abusanti, e possono arrivare ad incentivare, anche nel contesto terapeutico, una personalità caratterizzata da un falso Sé.

 

Bibliografia

 

Bion W.R. (1962)  Una teoria del pensiero, Armando, Roma

Bion W.R. (1962) Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma

Borgogno F. (1978) L’illusione di osservare, Giappicchelli, Torino

De Zulueta F. (1993) Dal dolore alla violenza. Le origini traumatiche dell’aggressività. Cortina, Torino

Guasto G. (1998) L’adultocentrismo nel trattamento istituzionale dell’abuso sessuale sui minori, Rompere il silenzio, Torino 

Montecchi F. (2011) Dal bambino minaccioso al bambino minacciato, Franco Angeli, Milano

Watzlawick P. (1978) Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma