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     Riannodando le maglie della taranta abruzzese

         Progetto di ricerca-intervento per la comunità di Coppito 2 (Aq)
         di: Floriana Iafrate , psicologa in collaborazione con l’I.P.P.S. di Roma
curato dal dott. Fabio Campetti e dott.ssa Tiziana Corsini, psicologi dell’Emergenza, Associazione Psicologi per i Popoli, sez. Abruzzo


Nell’articolo viene illustrata una proposta d’intervento per la comunità di Coppito 2 (Aq), che miri alla ricostruzione del tessuto sociale, lacerato dal sisma del 6 aprile 2009.
Si parte con una breve definizione di emergenza secondo la legislazione italiana, arrivando a definire la portata dell’evento che ha colpito l’Abruzzo.
In seguito viene presentato ciò che accade ad una comunità colpita da un evento catastrofico, secondo le fasi illustrate da Gordon.
Infine viene trattata la ricerca effettuata tra gli abitanti di Coppito 2, per valutare le loro esigenze e, in base a queste, disegnare un progetto d’intervento a breve e medio termine, partendo dalle risorse di cui la comunità è in possesso.

Introduzione

L’idea di progettare un intervento per la Comunità di Coppito 2 (Aq) nasce da un’esigenza affettiva ed etica. La prima ha prevalso quando il sisma si è avvertito chiaramente anche in provincia di Frosinone, lasciando vuoti i cassetti pieni di sogni di alcuni giovani, che ora sono ricordati da targhe commemorative.
Non solo per loro, ma anche per un antico legame che c’è tra l’Abruzzo e la mia terra d’origine ho sentito la necessità di dover fare qualcosa. Gli strumenti psicologici acquisiti potevano essermi d’aiuto in questo.

 

Emergenza: una definizione della legislazione italiana
La definizione di emergenza nella nostra legislazione è piuttosto recente, anche se da sempre il nostro territorio si trova a fronteggiarne di vario tipo, soprattutto di origine naturale, vista la composizione geologica del Bel Paese.
L’art.5 della Legge 225 del 24/02/1992 definisce emergenza ogni situazione in cui è necessario attivare risorse di soccorso fuori dall’ordinario. Essa permette di chiarire quali soggetti possano decretare lo stato di emergenza, operando una distinzione tra incidenti semplici, complessi e catastrofi (Art. 2).
Vengono indicati come incidenti semplici quegli eventi dannosi naturali o connessi all’attività dell’uomo (es.: frana, incidente stradale,...). Per la loro portata possono essere fronteggiati da interventi messi in atto da singoli enti e amministrazioni competenti, per via ordinaria. Tuttavia, dal punto di vista psicologico, comportano le stesse reazioni registrate in casi di crisi più complesse.
Gl’incidenti complessi vedono coinvolte contemporaneamente più persone (es.: incidente industriale), ma non intaccano la rete dei trasporti  e delle comunicazioni. Essi prevedono l’intervento di diversi enti ed è quindi necessario mettere in atto tecniche, risorse e procedure per l’organizzazione e il coordinamento dei diversi attori.
La legge, infine, definisce catastrofe o disastro, un evento la cui portata sconvolge l’intero tessuto sociale, andando a ledere le infrastrutture, i sistemi di comunicazione e le organizzazioni (alluvione, terremoto, grave incidente ferroviario). Per la vastità del territorio interessato e la portata dei problemi che si presentano e che potrebbero sopraggiungere, si rende necessaria la messa in atto di diverse risorse: da quelle logistiche e sanitarie a quelle psicologiche, educative e sociali.

 

La psicologia in caso d’emergenza
In termini psicologici l’emergenza può esser considerata l’incontro tra un evento disastroso e inatteso e persone che sono costrette e farvi fronte.
Tuttavia l’emergenza non termina col finire del disastro. Si protrae e assume volti diversi per i soccorritori, per i sopravvissuti, per i familiari di chi non c’è più o di chi c’è ancora.
Le tecniche psicologiche variano a seconda del tipo d’intervento richiesto. Devono essere versatili per poter essere usate nel momento di prima emergenza, quando l’evento è appena accaduto, o dopo un lasso di tempo maggiore, quando le persone hanno la necessità di rielaborare l’evento, ma non hanno gli strumenti per farlo. In questo lavoro si vuole portare l’attenzione, in particolare, sulle tecniche da mettere in atto per intervenire in una comunità colpita da evento disastroso.

Intervento per una comunità
Dopo un evento catastrofico una comunità non torna mai ad essere “come prima”. Citando Van de Eynde (1999), “ciò che è accaduto resta incorporato nella vita della comunità e prende vita una nuova realtà”. A tal proposito si è coniato il termine “lutto culturale”, proprio per indicare una forma di perdita che riguarda la realtà quotidiana. Intorno a chiese, piazze, vie principali si costruisce la propria quotidianità, si intrecciano relazioni. Venendo a mancare questi vengono a mancare le consuetudini e le ritualità dell’individuo. È per questo che negli ultimi anni la Psicologia dell’Emergenza ha ritenuto opportuno avvalersi anche delle competenze psicosociali, per poter apportare il giusto sostegno alle comunità che si trovano in situazioni d’emergenza.

Il modello d’analisi
Vari sono i modelli d’analisi già esistenti, ma per il tipo di lavoro da effettuare nella comunità scelta si è ritenuto più idoneo il modello proposto dall’australiano R. Gordon .
Gordon parte dalla descrizione dell’avvenimento, mettendo in evidenza ciò che avviene nella comunità, quando questa è colpita da un evento inatteso.
Per facilitare l’analisi, si è ritenuto più agevole suddividerla in fasi:

  • fase del pre-impatto
  • fase dell’impatto
  • fase del post-impatto
  • fase della ricostruzione

 

 Fase del pre-impatto
Prima dell’evento, la comunità è formata da elementi interconnessi (legami o nodi) che ne costituiscono la struttura. Questi legami determinano la storia della comunità, le tradizioni, la comunicazione e sono la base per la costituzione della rete sociale e dell’identità dei singoli.
È possibile, ricorrendo ad opportune tecniche sociologiche, costruire una vera e propria mappa della comunità, da utilizzare in seguito, in caso di evento catastrofico. Per ottenere una mappa che contenga tutte le informazioni utili, bisogna tener presenti:
•          la cultura locale
•          i gruppi esistenti
•          la rete informativa
•          l’affidabilità e la preparazione di enti, istituzioni e leader locali.

 

Fase dell’impatto
Quando un evento catastrofico colpisce una comunità si ha una frattura della struttura sociale, che determina la lacerazione del nodo, con effetto su tutta la rete esistente. Come reagisce la comunità davanti a tali accadimenti? Di solito si possono avere due tipi di reazioni: una tendente a spiegare l’accaduto come disastro, l’altra come cambiamento.
Il costrutto di disastro porta a leggere l’evento come una sciagura, come frutto del caso o come una sorta di punizione per errori commessi.
Nell’ottica del cambiamento, invece, rientrano quelle interpretazioni che guardano non solo  all’evento, traumatico e stressante di per sé, ma anche a tutti i mutamenti che esso comporta, gettando luce sul rafforzarsi del sostegno sociale, sul ruolo che hanno le persone nel conservare e incrementare la coesione sociale. In questi casi si può osservare, infatti, come momenti di crisi possano rigenerare la comunità, mobilitando nuove energie, ristabilendo nuovi significati, ristrutturando il nodo colpito. Nel punto di rottura della rete si vengono a creare nuovi legami o a rinsaldare quelli vecchi, originando quello che viene detto stato di fusione.

 

Fase del post-impatto
Lo “stato di fusione” viene a generare una rete di legami esclusivi che spesso coinvolgono anche i soccorritori.
La nuova rete fondatasi è sostanzialmente basata sull’aiuto, il che implica:
• un relazionarsi a chi è più prossimo, per dare e ricevere aiuto;
• la sospensione delle vecchie relazioni;
• la svalutazione della vecchia struttura sociale, vista come inconsistente, e la sopravvalutazione della nuova, basata soprattutto sull’aiuto.
Il profondo mutamento della rete sociale può portare a una stratificazione gruppale, originando delle comunità transitorie (ad esempio, “il gruppo degli evacuati”).
Lentamente intorno al “nucleo di fusione” vengono costruiti nuovi nodi o riallacciati quelli preesistenti, passando a quella che è nota come fase del rebonding. In questa fase è possibile che si vengano a creare legami forti, grazie alla possibilità di poter condividere con gli altri l’esperienza vissuta, simile per tutti, differente per ognuno.

 

Fase della ricostruzione
La fase della ricostruzione è senza dubbio la più lunga e la più complessa. Non si tratta solamente di ricostruire luoghi o edifici, ma si deve lavorare soprattutto sulla ricostruzione della comunità, delle identità di gruppo e individuali, tenendo bene a mente che, nella maggior parte dei casi, l’evento disastroso ha comportato un trasferimento della comunità in luoghi diversi.
È necessario accompagnare la comunità verso una rielaborazione di quanto è accaduto, attivando una presa in carico personale dell’evento e delle sue conseguenze.
Bisogna poi tener presente che non tutti hanno avuto la possibilità di poter elaborare quanto è avvenuto. Ciò potrebbe dare origine a sintomatologie e disagi diffusi.
In questa fase è importante valutare, quindi, come sta reagendo la comunità, se sono stati riattivati i servizi necessari, se le istituzioni sono ancora vicine o se si percepisce un senso di abbandono da parte di queste.
Non bisogna dimenticare inoltre, che la comunità è soggetta al riproporsi del trauma ogni volta che si presentano episodi di sfruttamento mediatico, politico o economico.
In questo delicatissimo momento, quindi, va progettato un intervento mirato, tenendo bene a mente le informazioni raccolte durante la fase del pre-impatto, come è cambiato il volto della comunità durante l’evento e come la comunità percepisce il suo futuro.

 

Progettando interventi: Coppito 2

Dopo il sisma del 6 aprile 2009, agli abitanti de L’Aquila e dei paesi maggiormente colpiti sono state fornite delle sistemazioni temporanee, in attesa della realizzazione del progetto C.A.S.E.
Quest’ultimo prevede la selezione di aree in cui realizzare abitazioni costruite su piastre antisismiche. 
Tra le località scelte vi è Coppito, una frazione a circa 5km di distanza dal Capoluogo. Qui sono state realizzate diverse aree, ma per il lavoro di ricerca-intervento è stata scelta quella di Coppito 2 per il numero inferiore di abitanti (410 al momento della ricerca) e per la buona distribuzione delle varie fasce d’età, caratteristiche che facilitano la costituzione di piccoli gruppi.

 

La ricerca-intervento

Il progetto vuole essere una proposta per ricostruire il tessuto sociale di una comunità che, oltre al trauma dell’evento sismico, ha dovuto  subire vari spostamenti, che hanno minato le già precarie relazioni sociali.
Per la realizzazione sono state effettuate delle interviste in loco, al fine di verificare le reali condizioni degli abitanti di Coppito 2 e per ascoltare le esigenze di cui la comunità è portatrice.
Da una prima analisi è emerso che vi è un’omogenea distribuzione degli abitanti. Nell’area sono presenti: giovani famiglie con bambini piccoli o con adolescenti, anziani e persone di mezza età.
Le interviste sono state effettuate a rappresentanti delle diverse categorie e la maggior parte di essi ha espresso la difficoltà nel poter costruire nuovi legami.
C’è da dire che l’area non è molto distante dal capoluogo ed è servita da autobus che, tuttavia, circolano con scarsa frequenza. Questo non facilita gli spostamenti per chi non è automunito e non consente di poter coltivare rapporti con amici e parenti dislocati in altre aree.
Per queste persone, soprattutto anziani e giovani donne con bambini piccoli, ha maggior valenza la costruzione di reti all’interno di Coppito 2.
Per le persone di mezza età o per i giovani che sono auto muniti, l’esigenza è inferiore perché, potendosi spostare autonomamente, riescono comunque a coltivare rapporti sociali anche con persone distanti. Tuttavia sentono l’esigenza di entrare in contatto con chi condivide con loro quell’area.
In tutte le categorie degli intervistati emerge la stessa percezione del quartiere: tutti lo sentono come un quartiere-dormitorio, anche per l’assenza di aree verdi e luoghi di ritrovo, comunque in fase di realizzazione.

Effettuata una prima analisi, si può delineare un’ipotesi d’intervento a breve e medio termine.
La proposta è di creare, inizialmente, piccoli gruppi differenziati per fasce d’età, in particolare un gruppo di anziani, un gruppo di adolescenti e un gruppo composto da giovani donne con bambini.
Partendo dalle abitudini abbandonate dagli anziani, si possono realizzare con gli uomini attività ludiche (es: partite a carte, tornei di bocce), mentre le donne possono essere coinvolte in attività culinarie e di lavoro a maglia.
Questo permetterebbe agli anziani d’incontrarsi e di socializzare nei loro modi abituali.
Varie sono le attività da proporre al gruppo degli adolescenti, facendo leva sul fatto che molti di essi frequentano gli stessi istituti e utilizzano gli stessi mezzi per raggiungere le scuole. Questo punto di forza permette di lavorare su un gruppo che è in via di costituzione in modo naturale e che andrebbe solo consolidato, proponendo attività ludiche all’aria aperta, gare con play-station. Ma andrebbero prima verificate le necessità di ognuno.
Infine al gruppo delle giovani donne con bambini potrebbero essere proposti momenti di gioco per i bambini, durante i quali i piccoli hanno la possibilità di stare insieme e alle mamme sarebbe offerto uno spazio per conoscersi e confrontarsi. Una volta che il gruppo si è costituito si potrebbero organizzare giornate in cui, a turno, ogni mamma ospita un gruppo di bambini in casa: in tal modo si crea fiducia e collaborazione reciproca.

 

Lungimirando

Nell’ipotesi che i piccoli gruppi si consolidino, si possono pensare attività che coinvolgano tutti, passando quindi dalla costruzione di nodi alla creazione di una piccola comunità.
Per muovere i primi passi della ricostruzione, si può far leva su quelle attività che da sempre sono il collante delle nostre comunità: l’attività ludica, il convivio, le storie.
Ad esempio gli anziani potrebbero insegnare ad adolescenti e bambini i giochi della tradizione e organizzare tornei all’aperto.L’attività è finalizzata a mettere in contatto adolescenti, anziani e bambini attraverso momenti di aggregazione che riducano il gap generazionale.
L’attività culinaria non è indirizzata solo alle donne, ma anche agli uomini che ne sono appassionati. Anche qui è previsto il coinvolgimento degli anziani, conoscitori delle antiche ricette regionali e locali. Anche quest’attività è finalizzata all’incontro tra generazioni diverse, usando il cibo come mezzo di comunicazione e condivisione.
Ricorrendo alla tradizione orale, gli adolescenti potrebbero intervistare gli anziani, raccogliendo informazioni sulle storie locali.
Si potrebbe pensare di metterle in scena o di far realizzare agli adolescenti un piccolo video con i personaggi dei racconti raccolti.
Sarebbe, inoltre, possibile coinvolgere i bambini, creando delle attività ludiche ispirate ai racconti e facendole animare proprio dagli adolescenti.
La costruzione di storie potrebbe essere un modo per ripiantare le radici sradicate dal terremoto, aiuterebbe a trovare un modo per rielaborare i ricordi e fungerebbe da via di connessione tra gli anziani, i giovani e i bambini.

Vedi anche: Comunità - Tessuto sociale- Emergenza- Rete- Ricerca/intervento- Sisma.

         
BIBLIOGRAFIA

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www.psicologiperipopoli.it
www.ordinepsicologiabruzzo.it
www.protezionecivile.it

       Per informazioni sull’articolo rivolgersi a: dott.sa Floriana Iafrate: floriana.iafrate@alice.it