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Il terremoto dell’Aquila: lo Psicologo nelle tendopoli. Analisi dell’esperienza


Di Fabio Campetti e Tiziana Corsini, psicologi dell’emergenza, Responsabili della Colonna Mobile della Protezione Civile Gruppo Lucano (PCGL), soci fondatori dell’Associazione Psicologi per i Popoli – Sezione Abruzzo.

 

E’ il 6 aprile 2009, una data che molti di noi non dimenticheranno facilmente. Alle 3:32 della notte, una scossa sismica del sesto grado della scala Richter (6.3) devasta la provincia dell’Aquila e viene percepita in molte zone d’Italia.
Le persone, gli anziani, le famiglie con bambini, si riversano per le strade senza capire, cercano di stare uniti e si confortano a vicenda in un momento di bisogno e di paura, quella paura pervasiva e antica, che attiva l’istinto di conservazione dell’essere umano.
Immediatamente interviene il sistema dei soccorsi organizzato dal Dipartimento di  Protezione Civile Nazionale (DPC), che mobilita le risorse umanitarie, alimentari e sanitarie nel territorio aquilano, associando soccorritori di diversissima provenienza, formazione, estrazione, in un luogo che in questo momento ha perso la sua identità, i suoi riferimenti e molte vite umane.
Vengono prontamente allestite 156 tendopoli, di diversa numerosità, nella provincia dell’Aquila, così una parte degli aquilani trova rifugio in tenda e un’altra parte viene spostata negli alloggi lungo la costa adriatica, sempre sotto la supervisione della Protezione Civile.
Non è facile in questo articolo descrivere il lavoro degli psicologi, che hanno accompagnato e sostenuto per tutta l’esistenza delle tendopoli, una popolazione accogliente, fiera, arrabbiata, ora triste, ora sfiduciata, ma con tanta voglia di ricominciare. Non è facile anche perché le emozioni personali dello psicologo sono una variabile di grande risorsa ma anche di grande risonanza e quindi, quel lavoro che abbiamo a volte faticosamente coordinato, è ancora estremamente vivo e impresso dentro di noi.
La chiamata della Protezione Civile ci arriva dopo tre giorni dal sisma, così il 10 aprile, raggiungiamo l’Aquila, presso la tendopoli dove siamo stati destinati: l’area di rifugio Ex-Italtel 1, gestita dalla Protezione Civile Gruppo Lucano.
Qui sono accolte circa cinquecento persone, anziani, bambini, famiglie, giovani, tutti con la loro storia da raccontare e con il loro terremoto negli occhi.
Qualcuno ha perso parenti, amici, nessuno di loro per fortuna, ha perso dei figli.
Il lavoro psicologico nella prima fase dell’emergenza, ad aprile, inizia in un’atmosfera estremamente commovente, l’atmosfera di Pasqua con le sue migliaia di uova e giocattoli arrivati da tutta Italia per tutti i bambini e con gli adulti che purtroppo vedono una TV spesso chiassosa e incessante, che parla di loro e che li rende ancor più protagonisti della tragedia.
Il nostro lavoro inizia con la ricognizione delle tende, con il farci conoscere, benché, siamo sempre riconoscibili e in divisa, proprio fedelmente a quanto indicano le linee guida della psicologia dell’emergenza: lo psicologo deve essere sempre identificabile sul campo. Mentre passiamo per le tende, c’è chi guarda con diffidenza questa nuova figura così poco presente nelle emergenze del passato, mentre ci sono molte persone che si avvicinano e vengono a chiedere tante informazioni. Sono curiosi, spesso utilizzano un linguaggio colloquiale e ci “agganciano” anche chiedendo altro, per poi arrivare alla narrazione della paura, dell’incertezza del futuro, alla perdita di contatto con la realtà. Tutti chiedono per lo più aiuto per i bambini e gli adolescenti in questa prima fase, ma poi, ci accorgiamo che il disagio e la chiusura del bambino sono solo una specie di “chiave d’accesso” per entrare più in contatto con il funzionamento familiare, con le dinamiche di coppia e con quelle particolarità trigenerazionali che connotano ogni famiglia.
E’ un “setting” ben diverso da quello che ci hanno sempre insegnato, direi che il vero setting, è proprio una buona interiorizzazione del setting stesso e il sapere portare con se stessi i propri strumenti psicologici, un po’ come fa una tartaruga con la sua casa.
Per scelta non entriamo mai in tenda se non invitati, ma piano piano vediamo come la popolazione cerchi sempre di più la relazione con noi. C’è da premettere che in questo momento, come psicologi, riceviamo due tipi di sollecitazioni, uno dall’immensa mole di lavoro che una tendopoli così numerosa comporta, l’altra, rappresentata dalle riunioni frequenti e cadenzate con gli Psicologi del Dipartimento di  Protezione Civile Nazionale, che vogliono conoscere tutti i professionisti che operano volontariamente sul territorio aquilano e vogliono individuare i referenti per ciascuna tendopoli.
Oltre a questo, le riunioni hanno la funzione di conoscersi, mettersi in rete e in relazione, scambiare competenze e conoscenze in un panorama emergenziale davvero complesso e senza precedenti.
Viene subito specificato di fare interventi sul qui e ora e che la finalità della nostra presenza nelle tendopoli ha soprattutto una valenza psicosociale: lo psicologo quindi non ha un mandato psicoterapeutico, ma deve essere in grado di creare e ricreare una rete sociale, deve essere come un “ingegnere” che va a mettere in sicurezza e ricompattare le maglie del tessuto sociale che è stato lesionato dalla scossa sismica.
Questa metafora altro non è che il riassunto di un’istanza ben precisa: in emergenza si lavora sulle risorse dell’individuo, della famiglia, della società. Gli strumenti di lavoro psicologico quindi devono essere ridefiniti alla luce di un contesto peculiare, dove lo psicologo non somministra tecniche o test, ma è un professionista che facilita la creazione di una rete, di una comunicazione e di un’inclusione sociale, dove ognuno porta il suo contributo per quelle che sono le sue risorse migliori. Anche la persona che ha avuto precedenti penali può diventare un valido strumento per la collettività, se ad esempio è esperto di lavori di carpenteria e sa montare lo steccato della tendopoli…
Accanto a questo primo lavoro di impostazione strutturale dell’intervento presso la tendopoli dell’Ex-Italtel, ci occupiamo di reperire e coordinare psicologi con una competenza specifica in psicologia dell’emergenza, capaci di alternarsi e di portare avanti il lavoro nella continuità e al massimo della professionalità.
Una bella nota di come le risorse possono essere unite, è la nascita del Comitato di Campo. Alcuni uomini hanno paura di sentirsi passivizzati e svuotati di potere decisionale sul loro futuro e nella loro città. Iniziano ad avere paura della scarsa trasparenza e della poco chiarezza comunicativa da parte delle istituzioni.
Vogliono formare un comitato, che si riunisce e si dà delle regole. Accogliamo con grande onore l’invito che ci fanno a partecipare alla prima riunione. Un contributo che abbiamo pensato di dare a questo “battesimo” è la partecipazione del Capo della Protezione Civile del Friuli, Dino. Il Friuli è stata una regione colpita da due terremoti di elevatissima entità nel 1976, ma la sua popolazione è riuscita a trasformare questo trauma e a dare una valenza evolutiva e sociale poiché oggi vanta una delle migliori reti di Protezione Civile in Italia.
A maggio si delinea tutt’altro scenario, in quanto la vita nelle tendopoli sembra essere diventata “la normalità” degli aquilani, che vedono alternarsi settimanalmente le squadre di Protezione Civile che arrivano e vanno via. Il rischio è la passivizzazione degli abitanti delle tendopoli e la disgregazione del tessuto sociale, quindi la risposta a tutto questo è creare il coinvolgimento nelle attività di gestione quotidiana. Un piccolo passo verso la “normalità” è rappresentato dalla riapertura della  scuola nella tendopoli attigua, l’Ex-Italtel 2, che però mette in risalto una difficoltà nell’assolvere i normali compiti genitoriali di molti aquilani: il primo giorno di scuola, quindici bambini stanno per partire e c’è solo una mamma che si preoccupa di sapere dove andranno a scuola i figli, chi troveranno, quale percorso faranno i loro figli e chi li accompagnerà.
Le regole e i confini si fanno molto liquidi, vediamo i figli che ora rivestono ruoli pseudo-adulti e ora restano senza rete di protezione in un contesto che li ha già privati di certezze.
Il sistema dei genitori è quello più in crisi anche perché tutte le iniziative di sostegno, di associazionismo, sono rivolte a bambini, adolescenti ed anziani, per alleviare loro la condizione di vita nella tendopoli; gli adulti invece hanno perso il lavoro, la casa, si stanno riorganizzando in una realtà che presenta mille incombenze, fra figli da accudire e genitori a cui prestare la propria vicinanza. Le coppie inoltre lamentano la mancanza di intimità, poiché nelle tende non ci sono spazi di privacy e spesso in una tenda vivono due o più nuclei familiari.
Ecco che diventa peculiare il lavoro sulle risorse della famiglia, sulle tre generazioni, ove possibile, perché tutti quanti possano svolgere il proprio ruolo e la propria funzione ed essere di aiuto per se stessi e per i propri cari.
A maggio il Capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, viene in visita nella tendopoli attigua alla nostra creando un carico di aspettative elevate nella popolazione: tutti avrebbero una domanda da porgli, una domanda che riguarda la propria peculiare situazione, ma il tempo è poco e le domande sarebbero infinite.
La popolazione ci invita ad accompagnarli a questa riunione, ad essere con loro, ma quello che sentiamo di fare è accompagnarli gestendo al meglio le risorse, puntando sull’empowerment e il senso di appartenenza alla loro comunità.
Decidiamo insieme alla popolazione di votare alcune domande che riguardano le case, l’università, il futuro dell’Aquila, l’Ospedale, la zona franca, proprio perché siano loro a responsabilizzarsi e a reinvestire su un senso di appartenenza all’Aquila. L’incontro è molto proficuo ma ha una bassa adesione, sintomo del fatto che c’è nella tendopoli un gruppo di persone propositive e reattive e un’alta percentuale che è carica di sfiducia.
A giugno c’è molta ansia per l’attesa del Decreto che deciderà a chi e in che tempi saranno assegnati i finanziamenti per ricostruire le case, ma questo decreto si fa attendere, subisce modifiche e viene accolto da polemiche e proteste.
Nelle tendopoli prevale la noia e la fine della scuola lascia spazio a momenti di disorganizzazione, passività, rabbia che esplode all’improvviso e viene spostata sulle cose materiali e sui volontari della Protezione Civile. In questo momento si acutizzano tensioni fra i residenti del campo e i volontari, che iniziano ad essere stanchi e chiedono a noi come possono fare a preservarsi dallo stress da lavoro e da un carico emozionale che sicuramente li seguirà anche una volta tornati a casa.
La difficile convivenza dettata dalla forzata vicinanza con persone che non si sono scelte e provenienti da diversissime estrazioni, dà luogo anche ad episodi di intolleranza razziale, in cui il lavoro psicologico assume contorni di mediazione e di accoglienza dei vissuti problematici della popolazione, dei volontari e delle forze dell’ordine.
Non è nella rimozione chirurgica delle minoranze etniche che questa situazione sarà meno drammatica, ma ogni occasione che può fungere da contenitore per la rabbia e l’angoscia collettiva viene colta ed amplificata da meccanismi gruppali.
Il lavoro psicologico assume anche una diversa sfumatura: molte famiglie con la casa agibile ci chiedono di essere riaccompagnate a casa, magari per poche ore, come fase preparatoria al rientro e come tentativo di riappropriarsi di una socialità legata alla casa, che può essere nuovamente concepita come luogo sicuro.
In questo momento viene privilegiata la nostra diversità di formazione di noi operatori: se prima si pensa alla tecnica cognitiva dell’esposizione graduale come training per permettere agli aquilani di riabitare i propri spazi, tutto ciò viene integrato proficuamente con il lavoro sulle risorse del sistema familiare, sulle particolarità del ciclo vitale della famiglia e sulla riconnessione dei componenti del nucleo, infatti, la nostra indicazione, concordata insieme alla famiglia è di andare tutti insieme “sul luogo del trauma per poterlo riabitare”.
A luglio si aprono i riflettori del G8. Gli aquilani, che si sentono da tempo dimenticati dalla stampa e dai media, sono sotto gli occhi di tutto il mondo, un po’ compiaciuti e un po’ insospettiti nel sentire che il Presidente Obama va via dall’Aquila dicendo “L’Aquila in my heart”. A questo si contrappone il motto scritto con i sassi sulla montagna “Yes we camp, sì noi campeggiamo”, che accoglie i grandi della terra e che rappresenta l’immobilità che in questo momento percepiscono gli aquilani. Con l’organizzazione del G8, il processo che dovrebbe far tornare a casa gli aquilani rallenta, la città è praticamente sotto assedio, tanto che l’eccessiva militarizzazione fa sentire gli aquilani in gabbia. Non si verificano, come temuto, le invasioni dei campi da parte dei manifestanti.
E’ il momento dei vissuti depressivi, delle giornate sempre uguali e che non passano mai, che fa sentire gli aquilani in una sorta di grande ospedale, che è rappresentato dalla tendopoli. Se tante persone infatti sono riuscite a tornare a lavoro, tanti altri sono ancora alla ricerca di una loro dimensione dopo aver perso tutto. In questo momento la nostra presenza diventa uno spunto per creare iniziative di svago, aggregazione, evasione: tutto quello che può rappresentare un rimedio per alleviare il dolore e una quotidianità troppo scandita, viene messo in campo. Anche se non mancano vissuti di rabbia estrema che vengono spostati e sfogati su ciò che è collettivo. La spia di questo disagio familiare e degli adulti, sono i ragazzi, che sono spesso fomentati da queste dinamiche non sane.
Ad agosto prevale l’immobilità, è piena estate, c’è chi parte, chi si allontana dal campo per un po’, ma c’è tanta paura per eventuali provvedimenti improvvisi da parte della Protezione Civile. Il senso di abbandono provato dalla popolazione aquilana fa sì che si inneschino meccanismi di ambivalenza verso i soccorritori. Ciò che accadrà a settembre sembra ancora molto lontano ma troppo vicino per essere pensato, quindi la paura diventa rabbia e la rabbia spesso lascia il passo alla disperazione. La nostra presenza si stringe attorno ai soccorritori, che in molti mesi hanno accumulato parecchi turni alla tendopoli e che ora sono disorientati dall’aggressività espressa nei loro confronti. Ci accorgiamo come la formazione psicologica sia necessaria anche per i volontari, che presumiamo non ricevano una preparazione che include questi contenuti quando si è in tempo di pace, ossia, quando si è più ricettivi di apprendere e quando si ha il tempo di mentalizzare.
A settembre l’atmosfera è in ebollizione, c’è nell’aria l’imminente chiusura dei campi per il freddo che avanza, c’è chi teme di essere mandato lontano dall’Aquila per le nuove assegnazioni dei posti in albergo e per le case del progetto C.A.S.E della Protezione Civile.
Chi ha la casa agibile in fascia A o B o ha fatto piccoli lavori di ristrutturazione, è obbligato a tornare a casa e anche a fronteggiare la propria paura: è il momento di riconfrontarsi con la realtà dell’ abitare uno spazio che è stato in disuso per lungo tempo e con i luoghi del trauma, con i ricordi, con gli affetti, gli oggetti e le sensazioni che mancano.
Le liste che indicano la collocazione di migliaia di persone con le case inagibili usciranno su internet e decreteranno l’inizio della disgregazione di quelle piccole reti sociali rappresentate dalle tendopoli. La popolazione vive questo momento con emozioni contrastanti: chi grida alle deportazioni, chi è dispiaciuto perché perderà quella rete di quotidianità, usanze e potremmo dire anche affetti, che la tendopoli ha costituito ma anche chi è felice di non stare più in tenda.
E poi ci sono i bambini che tornano a scuola e tanto lavoro per noi con la paura dei genitori: come accoglieranno i ragazzi l’idea di tornare a scuola, un luogo chiuso, distante dalla famiglia, dopo tutto quello che c’è stato in questi mesi? E se ci fossero nuove scosse? Sono vissuti di paura e incertezza che congestionano la mente degli aquilani e che rappresentano un brusco ritorno alla realtà.
In questa fase si fa più necessario l’accompagnamento, il lavoro sul riabitare i propri spazi e riappropriarsi, per chi può, di una casa che è stata matrigna invece che madre, quella notte del 6 aprile.
“Settembre è tempo di migrare”, recita la poesia “I Pastori” di D’Annunzio e per gli aquilani è il momento di partire per una destinazione ora ignota ma anche protettiva nei confronti di un clima che non sarebbe sostenibile per chi vive in tenda. E’ tempo di partire per affrontare questa tappa intermedia per poi aspettare la ricostruzione della città e della propria casa ed è tempo di “ripartire” per cercare di delineare e disegnare un futuro dopo mesi di attesa in una dimensione parallela e protetta, rappresentata dalla vita di comunità in tendopoli.
E anche per noi psicologi, è tempo di partire ma anche di separarsi da persone, legami, alleanze e “riti” che si sono celebrati per molti mesi e hanno connotato un tipo di lavoro emotivamente carico e denso di significati, che ora necessita di essere meglio mentalizzato e assaporato. Sarà sicuramente spunto di cui nutrirsi, un calice di ricordi, momenti con emozioni miste, affetti che non se ne andranno, che ci hanno portato nella città il cui motto è “Immota manet, rimane immobile”.
Ma non può rimanere immobile nessuno psicologo, come persona e come professionista, perché con il suo operato ha creduto fermamente di migliorare la società dove vive,  anche se in un’emergenza, ed è stato animato dal desiderio di poter vedere le risorse anche in un momento drammatico per l’umanità. E sempre mettendosi in gioco, momento per momento. 


 

 

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