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13 Mag 2013

BY: leonardo.roberti

Articoli

a cura di  Dr.ssa Nadia Valentini

Psicologa dell’età evolutiva

 

Il termine bullismo è la traduzione italiana dell’inglese “bullying” ed è utilizzato per designare un insieme di comportamenti in cui qualcuno ripetutamente fa o dice cose per avere potere su un’altra persona o dominarla.

Il termine originario “bullying” include sia i comportamenti del “persecutore” che quelli della “vittima” ponendo al centro dell’attenzione la relazione nel suo insieme.

Spesso non gli si dà molta importanza perché lo si confonde con i normali conflitti fra coetanei mentre il bullismo è caratterizzato da alcuni fattori:

  • Intenzione di fare del male e mancanza di compassione;
  • Intensità e durata;
  • Potere del “bullo;
  • Vulnerabilità della vittima;
  • Mancanza di sostegno.

Il bullismo non è un problema solo per la vittima, è un problema anche per tutte le persone che vi assistono a scuola, in famiglia o altri contesti educativi, per il clima di tensione e di insicurezza che si instaura, minando la serenità dell’intero gruppo classe, aumentando il senso di inefficacia degli insegnanti e quindi minacciando la qualità della vita e il benessere sia individuale che del gruppo.

Se i comportamenti prepotenti vengono lasciati continuare possono avere un effetto molto negativo sulla vittima, alcune ricerche hanno evidenziato una correlazione tra vittimismo e forti disagi personali e sociali, fino ad arrivare in rari casi all’estremo del suicidio.

Se ai bambini è permesso di compiere atti di bullismo è molto probabile che cresceranno abituandosi a compiere prepotenze e da grandi potrebbero anche picchiare il partner ed i propri figli.

I “bulli” persistenti sono a rischio di problematiche antisociali e devianti, le “vittime” rischiano quadri patologici con sintomatologie anche di tipo depressivo.

Negli ultimi anni il fenomeno del bullismo ha raggiunto dei livelli veramente allarmanti, forse più per la ridondanza che tali episodi hanno tramite i mass-media che non per l’aumento effettivo.

Le nuove tecnologie hanno contribuito a creare nuove forme di aggressività (il cosiddetto “bullismo elettronico”, che consiste nella diffamazione mediante internet, sms ecc…; o il cyberbullismo, dove i bulli diffondono on-line le immagini del loro comportamento lesivo della vittima, proprio allo scopo di auto-elogiarsi e far sapere a tutti i compagni della loro bravata).

La letteratura distingue tre forme principali di bullismo:

  • Bullismo diretto (attacchi fisici e/o verbali relativamente aperti nei confronti della vittima);
  • Bullismo indiretto (isolamento sociale e intenzionale esclusione dal gruppo);
  • Bullismo elettronico (attraverso internet, telefoni cellulari, ecc. Ad esempio attraverso la diffusione di messaggi diffamatori) .

Il bullismo viene tradizionalmente considerato un fenomeno orizzontale, perché si concreta nell’ambito di rapporti tra soggetti formalmente appartenenti al medesimo contesto relazionale e paritario (come nel caso di compagni di scuola). Vi è, quindi, un contesto formale comune, a cui fa capo un contesto sostanziale asimmetrico, in quanto un soggetto è più debole degli altri e finisce per divenire vittima di fenomeni di bullismo.

Quindi il bullismo si manifesta in varie forme e con diverso grado di intensità, di gravità e di visibilità.

E’ possibile cogliere segnali e indici di gravità e di rischio fin dai primi anni della scuola primaria (e della scuola dell’infanzia), attraverso una attenta valutazione delle modalità in cui vengono agiti i comportamenti di prepotenza fisica, verbale o indiretta e del grado di contatto emotivo (e di conseguente capacità empatica e di impegno morale) manifestato dagli alunni attori di prepotenza; in misura minore si possono cogliere i segnali e gli indici di coloro che tendono ad essere imbrigliati nel ruolo di vittima.

Come prevenire il fenomeno del bullismo?

Anche nelle situazioni maggiormente a rischio o compromesse sul versante delle caratteristiche individuali, si possono ottenere considerevoli risultati positivi se si interviene per tempo e in ogni caso le potenzialità di cambiamento e di evoluzione positiva sono fortemente dipendenti dal grado di coinvolgimento attivo e guidato del gruppo classe che si riesce ad ottenere.

Operare per una effettiva riduzione del bullismo significa attuare con paziente costanza interventi di lunga durata, complessi e mirati a tutti i livelli dell’esperienza soggettiva (cognitivo, emotivo, affettivo, socio relazionale, ecc.) e soprattutto con il coinvolgimento attivo di tutti gli “attori” coinvolti.

Risolvere propositivamente i conflitti sociali comporta il saper affrontare anche (pur se non solo) le emozioni di rabbia, di tristezza, di solitudine, il senso di incapacità, il senso di fallimento; significa affrontarle condividendole con i bambini ed i ragazzi, non tanto e non solo discuterne razionalmente, ma sentirle insieme, per poterli accompagnare, in una specie di tutoraggio indiretto, in un percorso che li renda capaci di tollerarle, di viverle pienamente, di esprimerle in modi propositivi, senza rinunciare ad esprimere la propria individualità, ma trovando i necessari compromessi tra le proprie esigenze e quelle degli altri. Quindi, scoraggiare la cultura bullistica vuol dire promuovere una cultura sociale che faccia riferimento a valori positivi, come l’interazione, la socializzazione, l’accettazione degli altri e la collaborazione.

Facendo tesoro delle più recenti ricerche scientifiche e dell’esperienza maturata in anni di lavoro a contatto con i giovani e le loro famiglie nei contesti più problematici di Roma e dei Castelli Romani, il Dott. Leonardo Roberti ed i suoi colleghi offrono nelle scuole del territorio progetti di prevenzione ed intervento sul fenomeno del bullismo rivolti agli insegnanti e agli alunni, uniti all’attivazione di sportelli anti-bullismo, dove i docenti, i ragazzi ma anche i loro genitori, possono trovare adeguati spazi d’ascolto, supporto psicologico e strumenti legali per arginare il fenomeno.

La letteratura degli ultimi anni, a tale proposito, ha sperimentato numerose ricerche e gli approcci mirati alla cosiddetta consapevolezza metacognitiva, con programmi per la prevenzione del disagio giovanile secondo il metodo dell’educazione razionale-emotiva, che consente di acquisire un graduale autocontrollo emozionale attraverso sistematici collegamenti al livello cognitivo e ancora i cosidetti percorsi emotivo relazionali, si sono rivelati efficaci in molti ambiti e soprattutto nella realtà scolastica.

L’intervento più incisivo nella riduzione delle prepotenze è rappresentato dai “percorsi emotivo relazionali” con classi, che prevedono azioni a più livelli: attività di informazione e di consulenza psico-educativa ai genitori, consulenza e collaborazione con i docenti, interventi diretti nelle classi in compresenza con gli insegnanti. In quest’ottica la classe viene vista come contesto dove promuovere abilità cognitive e sociali, utili allo sviluppo delle persone sul piano individuale ed emotivo, stimolare il confronto relazionale e favorire le parti migliori dei ragazzi: l’impegno personale, l’empatia, la collaborazione, la solidarietà, la responsabilità.

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