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18 Nov 2016

BY: leonardo.roberti

News

Fonte: humantrainer.com

Concludiamo l’approfondimento su “Terremoto e stress” affrontando gli ultimi due tipi di interventi.

 

La seconda fase: adattamento o Disturbo Post Traumatico da Stress?

Dopo una primissima fase di sperimentazione di forte stress e paura, l’individuo inizia a compiere una serie di azioni volte a ristabilire un’idea, la propria idea, di normalità.

«Speriamo di tornare il più presto alla normalità…».
(Anonimo)

La ridefinizione stessa del concetto di normalità è un percorso che si deve intraprendere dopo un terremoto e richiede tempi diversi per ognuno di noi.

Gli individui si trovano a dover gestire una nuova routine fatta di tempi, oggetti e spazi che sono diversi da quelli di “prima”; la vita, la nostra e quella degli altri intorno a noi, è ora divisa in due, c’era un “prima” e ora c’è un “dopo” il terremoto.

Il processo di adattamento a questo solco apparentemente invalicabile è forse il nucleo centrale e il fine ultimo di ogni intervento attuato nella Psicologia dell’emergenza.

Le capacità di adattamento degli esseri umani in situazioni di emergenza sono talvolta sorprendenti, le risorse che vengono utilizzate sono incredibili e spesso sconosciute agli stessi individui che le attuano.

La mente e i comportamenti si ri-sintonizzano su nuovi equilibri, là dove c’era una società individualista e il singolo funzionava senza problemi, sorge una piccola comunità che si affida e si lascia guidare dalle norme di condivisione e supporto reciproco.

La capacità di automedicazione reciproca nel gruppo sorge spontaneamente all’interno di nuclei formati quasi per caso, magari di vicini di casa che prima non si salutavano nemmeno.

«Il terremoto è molto democratico, non guarda mica a certe cose».
(P.B.)

L’adattamento è un percorso e allo stesso tempo un obiettivo degli individui, talvolta è favorito da situazioni sorte spontaneamente, altre volte deve essere incoraggiato e supportato da professionisti.

È in ogni momento del processo di adattamento che può avvenire un evento che devia il corretto percorso di risoluzione e portare a una delle conseguenze più temute nei casi di catastrofe naturale, il Disturbo Post Traumatico da Stress.

La letteratura (Molteni, 2009) riporta che dopo una catastrofe naturale come un terremoto, l’incidenza del Disturbo Post Traumatico da Stress è del 11%.

Come indicato dal DSV-IV TR, i criteri per questo disturbo sono:

  1. La persona è stata esposta a un evento traumatico nel quale erano presenti entrambe le caratteristiche seguenti:
    1. la persona ha vissuto, ha assistito o si è confrontata con un evento o con eventi che hanno implicato morte, o minaccia di morte, o gravi lesioni, o una minaccia all’integrità fisica propria o di altri;
    2. la risposta della persona comprendeva paura intensa, sentimenti di impotenza, o di orrore.

      Nota: Nei bambini questo può essere espresso con comportamento disorganizzato o agitato.

  2. L’evento traumatico viene rivissuto persistentemente in uno (o più) dei seguenti modi:
    1. ricordi spiacevoli ricorrenti e intrusivi dell’evento, che comprendono immagini, pensieri, o percezioni.

      Nota: Nei bambini piccoli si possono manifestare giochi ripetitivi in cui vengono espressi temi o aspetti riguardanti il trauma.

    2. Sogni spiacevoli ricorrenti dell’evento.

      Nota: Nei bambini possono essere presenti sogni spaventosi senza un contenuto riconoscibile.

    3. Agire o sentire come se l’evento traumatico si stesse ripresentando (ciò include sensazioni di rivivere l’esperienza, illusioni, allucinazioni, ed episodi dissociativi di flashback, compresi quelli che si manifestano al risveglio o in stato di intossicazione).

      Nota: Nei bambini piccoli possono manifestarsi rappresentazioni ripetitive specifiche del trauma.

    4. Disagio psicologico intenso all’esposizione a fattori scatenanti interni o esterni che simbolizzano o assomigliano a qualche aspetto dell’evento traumatico.
    5. Reattività fisiologica o esposizione a fattori scatenanti interni o esterni che simbolizzano o assomigliano a qualche aspetto dell’evento traumatico.
  3. Evitamento persistente degli stimoli associati con il trauma e attenuazione della reattività generale (non presenti prima del trauma), come indicato da tre (o più) dei seguenti elementi:
    1. sforzi per evitare pensieri, sensazioni o conversazioni associate con il trauma;
    2. sforzi per evitare attività, luoghi o persone che evocano ricordi del trauma;
    3. incapacità di ricordare qualche aspetto importante del trauma;
    4. riduzione marcata dell’interesse o della partecipazione ad attività significative;
    5. sentimenti di distacco o di estraneità verso gli altri;
    6. affettività ridotta (per es., incapacità di provare sentimenti di amore);
    7. sentimenti di diminuzione delle prospettive future (per es. aspettarsi di non poter avere una carriera, un matrimonio o dei figli o una normale durata della vita).
  4. Sintomi persistenti di aumentato arousal (non presenti prima del trauma), come indicato da almeno due dei seguenti elementi:
    1. difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno;
    2. irritabilità o scoppi di collera;
    3. difficoltà a concentrarsi;
    4. ipervigilanza;
    5. esagerate risposte di allarme.
  5. La durata del disturbo (sintomi ai Criteri B, C e D) è superiore a 1 mese.
  6. Il disturbo causa disagio clinicamente significativo o menomazione nel funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti.

    Specificare se:
    Acuto: se la durata dei sintomi è inferiore a 3 mesi.
    Cronico: se la durata dei sintomi è 3 mesi o più.

    Specificare se:
    A esordio ritardato: se l’esordio dei sintomi avviene almeno 6 mesi dopo l’evento stressante.

Un esempio di questa sintomatologia si manifesta, nelle persone colpite dal terremoto, in comportamenti tipici come ad esempio una aumentata allerta verso rumori forti, un calo dell’attenzione in compiti semplici, dovuta al fatto che tutti i sensi sono impegnati nel captare segnali di pericolo, una diminuita capacità di prendere sonno soprattutto all’interno dell’abitazione.

Come indicato dal DSM-IV TR, esiste una differenziazione tra acuto e cronico ed esistono degli interventi che possono essere messi in atto per evitare che il disturbo si cronicizzi.

 

Intervento a freddo: Debriefing

Il debriefing è una tecnica di soccorso emotivo a “freddo”, si attua dopo il defusing, a circa una settimana dall’evento catastrofico, si struttura in uno o più incontri della durata di circa due o tre ore, può coinvolgere un numero ampio di persone, da uno a venti, ed è più strutturata e articolata che il defusing.

L’obiettivo del debriefing è quello di offrire alle persone una spazio per esternare e confrontare con altri i pensieri, i ricordi e le emozioni più disturbanti, in modo tale da comprenderli e normalizzarli, ridurne l’impatto emotivo e contenerne le reazioni, combattere le convinzioni erronee e favorire il recupero della funzionalità delle persone e del gruppo.

È strutturato in sette fasi:

  1. Introduzione,
  2. Fatti,
  3. Pensieri,
  4. Reazioni,
  5. Sintomi,
  6. Formazione,
  7. Del reinserimento e della conclusione.

Il debriefing è un percorso che parte dalla superficie e affonda le radici nella profondità dell’esperienza traumatica cercando di ricompattare la frammentazione emotiva-cognitiva creata dall’evento.

Nella fase di introduzione, come nel defusing, vi è la presentazione degli obiettivi e del significato della tecnica usata e delle regole del gruppo.

La fase dei fatti rappresenta la parte più superficiale dell’intervento e consiste nella descrizione dei fatti (cosa è successo, quando, con che modalità si è presentato il terremoto, etc.) e il ruolo che ognuno ha avuto nell’evento (quali sono state le azioni messe in atto, con chi si è parlato, chi si è cercato di raggiungere telefonicamente, etc.), c’è un momento di condivisione dell’esperienza e del proprio punto di vista.

La fase dei pensieri porta a un livello un po’ più profondo di elaborazione del fatto, aggiungendovi i pensieri, in particolare quelli negativi, avuti durante e immediatamente dopo l’evento. Si sollecita ogni elemento del gruppo a trovare il particolare, un pensiero centrale che ha dominato l’esperienza.

Questa fase è il ponte di collegamento tra quello che è l’esperienza cognitiva dell’evento e quella più profonda, ovvero quella emotiva.

La fase della reazione implica la verbalizzazione delle emozioni e delle reazioni emotive avute durante l’evento, gli aspetti emotivi con cui è stato più difficile convivere dopo l’evento, la complessità e la difficoltà dell’esperienza traumatica.

Questa è naturalmente la fase più carica di contenuti emotivi e più delicata da gestire per il clinico, poiché piena di sofferenza e carica emotivamente di tematiche che possono essere importanti anche per il Terapeuta stesso.

Questa fase tocca il livello più profondo del trauma e porta alla consapevolezza della fase successiva, ovvero quella dei sintomi.

La fase dei sintomi ha l’importante compito di normalizzare e rendere noti i sintomi specifici relativi alle reazioni a un trauma; può essere utile portare articoli e riviste scientifiche da condividere con i partecipanti.

Dopo la fase “reazione” l’individuo raggiunge la consapevolezza che i sintomi che manifesta sono il risultato “normale” della combinazione del trauma e dell’emotività scatenata da esso. Il/i sintomo/i acquistano un significato contestualizzato e di senso condiviso.

La fase di formazione segna il primo passo di risalita del percorso che va dal superficiale al profondo e dal profondo alla risoluzione del problema.

La formazione implica un processo di educazione e insegnamento di tecniche di gestione dell’emotività, dello stress (distrazione, razionalizzazione) e tecniche di rilassamento (Training autogeno o rilassamento progressivo di Jacobson) atte a ristabilire un buon equilibrio psicofisico.

L’ultima fasereinserimento e conclusione, segna la conclusione e la fine del percorso di risalita. Viene utilizzata per dare spazio a eventuali domande, si forniscono informazioni relative alla possibilità di proseguire altri percorsi di intervento sul territorio, si danno ulteriori indicazioni su come combattere stress, tensione e traumi.

Il percorso di reinserimento, che consiste nell’aiutare le persone a ritornare nei propri domicili, tornare a lavorare o riprendere quei comportamenti evitati a causa della paura e del trauma, è lungo e può avere tempistiche diverse per i partecipanti.

È in questa fase che si prendono accordi per eventuali successivi incontri o, in caso di complessità ulteriore, invio a interventi più specifici e individualizzati.

 

EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing)

Tra gli interventi utilizzati nell’ambito della Psicologia del trauma e dell’emergenza c’è anche l’uso della tecnica dell’EMDR. È una tecnica versatile, che può essere utilizzata sia a poche ore dal trauma che dopo diverse settimane.

L’EMDR (desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) consiste nell’utilizzare i movimenti oculari o altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra, provocando così una migliore comunicazione tra gli emisferi cerebrali.

L’EMDR vede la patologia come informazione immagazzinata in modo non funzionale e si basa sull’ipotesi che c’è una componente fisiologica in ogni disturbo o disagio psicologico.

Quando avviene un evento “traumatico” viene disturbato l’equilibrio eccitatorio/inibitorio necessario per l’elaborazione dell’informazione. Sulla base di tale ipotesi si può affermare che questo provochi il “congelamento” dell’informazione nella sua forma ansiogena originale, ossia nello stesso modo in cui è stato vissuto.

Questa informazione “congelata” e racchiusa nelle reti neurali non può essere elaborata e quindi continua a provocare patologie come il Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD) e altri disturbi psicologici, in particolare dove è presente un trauma, come nelle depressioni o nelle fobie specifiche.

movimenti oculari saccadici (movimento rapido e volontario dell’occhio, da destra a sinistra) e ritmici abbinati con l’immagine traumatica, con le convinzioni negative a essa legate e con il disagio emotivo, facilitano la rielaborazione dell’informazione fino alla risoluzione dei condizionamenti emotivi.

Il paziente dovrà quindi raccontare l’evento traumatico mentre il professionista stimolerà i movimenti oculari.

Nella risoluzione adattiva l’esperienza è usata in modo costruttivo dalla persona ed è integrata in uno schema cognitivo ed emotivo positivo.

L’EMDR ha una durata di circa mezz’ora, può essere effettuata sia singolarmente che in gruppo e si può attuare in una o più sedute.

Nel 1995 il Dipartimento di Psicologia Clinica dell’American Psychological Association ha condotto una ricerca per definire il grado di efficacia di questo metodo terapeutico, concludendo che l’EMDR è non solo efficace nel trattamento del Disturbo da Stress Post Traumatico, ma che ha addirittura l’indice di efficacia più alto per questa categoria diagnostica.

 

Conclusioni

Le conseguenze apprezzabili visivamente dopo un terremoto sono solitamente la distruzione di edifici storici, memoria di una popolazione, e crepe e incrinature all’interno delle abitazioni, memoria bibliografica di persone, famiglie e di storie.

Esattamente nello stesso modo, un terremoto causa la distruzione e lo sgretolamento di pezzetti di memoria collettiva e crepe e incrinature all’interno del sé delle persone.

La metafora della distruzione è complementare alla metafora della ricostruzione, così come gli edifici si mettono in sicurezza e si ricostruiscono, così le memorie vengono rispolverate e riempite di nuove; così come le crepe vengono sistemate, così le fratture del sé vengono ricucite.

«Le crepe nelle case e negli edifici dei nostri paesi sono piccole grandi crepe alla nostra identità. Ricostruire un paese è ricostruire una parte della nostra anima, nel farlo, alcune ferite si rimarginano, altre lasceranno per sempre il segno, ma saranno segni da mostrare orgogliosi a chi chiede: “Come si fa a tornare a vivere dopo un terremoto?”».
(I.B.)

 

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